Programma

“giornalismo e democrazia” è un’associazione, nata a Bologna, nel luglio del 2008, dalla volontà di alcuni giornalisti.

Questi i nomi dei fondatori: Michelangelo Bellinetti, Luciano Borghesan, Fernando Cancedda, Mimmo Candito, Michele Concina, Francesco De Vito, Raffaele Fiengo, Giovanni Mantovani, Valerio Pellizzari, Vittorio Roidi, Claudio Santini.

Le ragioni alla base dell’attività dell’associazione, i suoi obbiettivi e il suo programma sono contenuti in questo testo, che fa parte integrante dello statuto:

“L’informazione giornalistica è al centro di profonde e rapide trasformazioni. Aumentano ogni giorno i soggetti che diffondono notizie. Le testate giornalistiche affrontano continue difficoltà finanziarie. I cambiamenti culturali e le nuove abitudini sociali inducono a modificare le tecniche e gli stili con cui rivolgersi al pubblico. La concorrenza è ogni giorno più agguerrita. Accanto ai professionisti del giornalismo anche semplici cittadini diffondono informazioni attraverso i telefoni, le e-mail, gli sms, i blog.
Il panorama cambia di continuo e rende incerte le prospettive di un’attività che sia, al contempo, più liberale e più responsabile.
Di fronte a tutto ciò i firmatari di questo documento hanno deciso di creare un gruppo di lavoro, che hanno chiamato “Giornalismo e democrazia”. Attraverso questa associazione essi si impegnano a diffondere i principi di un giornalismo libero e responsabile, realizzato nell’esclusivo interesse del cittadino, anche se consapevoli dei condizionamenti che caratterizzano il cosiddetto mercato dell’informazione.
La vita politica è caratterizzata da un progressivo distacco fra eletti ed elettori. I cittadini hanno forte l’impressione che politici e amministratori operino per realizzare più il proprio tornaconto che l’interesse della collettività. I partiti stentano a mantenere la propria funzione di fucina e di filtro della passione civile, a sostegno della vita democratica. L’informazione è stata solo in parte in grado di rappresentare questo scenario e di mostrare che la debolezza della classe politica, portava ad un progressivo “rifiuto dell’élite”.
La scarsa indipendenza e l’eccessiva vicinanza con il potere hanno tolto credibilità a molti giornalisti. Il loro lavoro rappresenta un servizio reso alla vita della nazione. I cittadini hanno bisogno di un’informazione onesta e il più possibile autonoma. Si accorgono invece che l’attività giornalistica è incardinata in un sistema mediatico che lega i controllori ai controllati.
Molti giornalisti, invece di  assumere posizioni e atteggiamenti neutrali, parteggiano apertamente per questo o quello schieramento politico. Ciascun individuo ha il diritto di professare le proprie idee.  Il giornalista svolge però una attività pubblica, fornisce al  cittadino informazioni dalle quali dipendono le sue conoscenze. Per questo, nel
suo lavoro, egli deve sforzarsi di essere (e di apparire) al di sopra delle parti.
La maggior parte dei giornalisti lavora attualmente presso aziende i cui proprietari sono titolari di interessi che nulla hanno a che fare con l’informazione. Il rischio della mescolanza degli obiettivi è alto. Per questo, il contratto nazionale di lavoro ha cercato di creare strumenti di separatezza, fra le redazioni e le proprietà. I risultati non sono stati soddisfacenti. La  questione non può essere affidata solo alla trattativa e al rapporto di forze fra soggetti privati. Occorre approvare regole – attraverso uno statuto dell’impresa editoriale – che garantiscano ai giornalisti maggiore autonomia rispetto alle finalità, pur legittime, dei loro proprietari.
Grazie a Internet, per la prima volta i giornalisti possono essere proprietari e protagonisti dei mezzi di produzione. Si può fare del giornalismo senza essere legati ad un potere forte.
L’articolo 21 della Costituzione afferma solennemente la libertà di informare e di essere informati, ma aggiunge che l’elaborazione delle notizie deve realizzarsi nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, con la collaborazione di editori, dirigenti, tecnici, giornalisti.
Affinché ciò avvenga occorre che le notizie non siano considerate una merce qualsiasi. Ciò a maggior ragione in quanto le aziende produttrici di informazione incassano danaro pubblico, elargito con criteri che prescindono dalla loro capacità di informare correttamente i cittadini.
L’autogoverno dei giornalisti deve essere riaffermato dalla legge, attraverso un organismo moderno che separi le responsabilità penali e civili da quelle deontologiche e che realizzi il principio che i controllori dell’attività pubblica, i giornalisti, non vengano puniti da coloro che essi controllano. Gli errori compiuti dai giornalisti devono essere rettificati ed eventualmente sanzionati sulla base di procedimenti disciplinari veloci, garantisti, conoscibili dal cittadino.
Quando esercitano il diritto di cronaca, i giornalisti devono rispettare i diritti fondamentali delle persone, evitare quella che è stata definita gogna mediatica, cioè il discredito e la condanna dei soggetti coinvolti in procedimenti giudiziari, prima che sia emersa la verità stabilita dai magistrati.
Il giornalismo professionale deve essere esercitato da persone  preparate in strutture di tipo universitario, consapevoli della delicatezza dei propri compiti.
La ricerca della verità deve avvenire in modo onesto ed equilibrato. Il cronista deve ricercare la completezza e l’accuratezza dell’informazione e deve tenere il racconto dei fatti separato dalle opinioni sugli stessi, che pure il giornalista ha il diritto di esprimere. Il suo lavoro deve essere tenuto distinto dai messaggi pubblicitari, che rispondono a finalità commerciali e incidono sulla credibilità del giornalista”.



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