Nov 27
Martedì
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Libertà, professione e cani da guardia

di Vittorio Roidi

Gli attacchi da parte dei politici ai giornalisti – in verità dovremmo dire gli insulti – non rappresentano una novità, sia in Italia, nell’epoca degli “innovatori” gialloverdi, sia negli Usa dove impera il biondo Trump. In passato, altri uomini di partito o addirittura di governo hanno cercato di screditare la categoria e di ostacolarne il lavoro, magari minacciando di togliere gli aiuti di Stato alle piccole realtà editoriali. Fascismo nascente o solo intolleranza illiberale? In un certo senso, se gli uomini che gestiscono il potere cercano di usarlo per togliere di mezzo quelli che indagano e che criticano, questa è proprio la prova che il “sistema” funziona, cioè che i giornalisti stanno svolgendo il loro compito. Ma le preoccupazioni restano.
Certo, bene hanno fatto la Federazione della stampa, l’Ordine nazionale e vasti settori della categoria a segnalare ai cittadini il pericolo che simili attacchi rivestono per la democrazia. Il quotidiano La Repubblica ha organizzato una manifestazione pubblica a Roma. L’analisi politica e culturale di quanto sta accadendo nel nostro paese è cominciata e speriamo che si allarghi.
Con la sola finalità di aiutare il dibattito, farei due osservazioni. La prima riguarda il cosiddetto “cane da guardia” che alcuni hanno citato in questi giorni. Che i giornalisti abbiano il compito di osservare il lavoro dei politici e di abbaiare di fronte ai ladri, ai corrotti, e magari anche agli incompetenti, è cosa chiara nella società e nel giornalismo degli Stati Uniti (per esempio) ma lo è certamente meno dalle nostre parti. In Italia è convinzione più recente, che non tutti condividono e che non sta neppure scritta nelle carte deontologiche professionali. E’ sembrata diffondersi un po’ dopo Tangentopoli, quando i giornalisti dovettero ammettere di non avere capito quanto la classe politica fosse marcia e collusa. E di aver fatto poco per scoprirlo. Eppure quanti sono i giornalisti oggi che non ci pensano affatto ad indagare nell’attività dei potenti e fanno lavori che con le guardie e le sentinelle nulla hanno da spartire? Quanti fanno invece gli intrattenitori? Quanta parte dei notiziari è influenzata dalla pubblicità, dall’audience, dalla voglia di vendere copie? Anche se verifichiamo il processo di formazione dei giovani troviamo scarsi insegnamenti “etici” in questa direzione. Eppure, basta leggere “Paura”, ii libro in cui Bob Woodward ha raccontato i primi due anni della presidenza di Trump per capire quanto sia esile e poco incisivo il nostro modo di raccontare la politica.
La seconda osservazione riguarda l’opportunità, proprio ora che si discute della libertà di stampa, di ammettere peccati, alcuni veniali altri molto pericolosi, che molti commettono. Faziosità, interviste scendiletto, omissioni, titoli forzati, che tolgono credibilità alla professione e autorizzano rimproveri e lamenti. Il diritto di critica deve restare sacro ma troppe sono le cronache politiche ormai allagate da presunti retroscena, da improbabili supposizioni, da scoop inesistenti (da quanto tempo non se ne vede uno autentico?!
Una migliore credibilità si ottiene percorrendo due strade: da un lato raccontando i gli uomini politici attraverso inchieste, documenti, “fatti” del loro modo di amministrare (più cani da guardia insomma!); dall’altra, con un giornalismo più professionale e misurato, meno superficiale e “sparato” a titoli cubitali anche quando…. la notizia non c’è.
Insomma: indaghiamo più a fondo, documentiamo i nostri articoli e separiamo chiaramente i fatti dalle opinioni. La libertà di stampa è stata difesa e ribadita in questi giorni dal Presidente della Repubblica e da quelli della Camera e del Senato. Continuiamo anche noi a proteggerla ad ogni costo, non facciamoci intimidire e magari cerchiamo di dare una risposta corale, che finora non si è vista. E’ quella che fra un paio di mesi potrà venire, con forza e spirito unitario, dal congresso nazionale della Federazione della Stampa, il momento migliore per rivendicare i diritti e riconoscere i doveri dei giornalisti.


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