Feb 10
Sabato
News
Una riforma del giornalismo?
Solo con il “servizio pubblico”

di Vittorio Roidi

Si parla di nuovo di una riforma del giornalismo, un po’ in fretta, perché si avverte che il pericolo è grande: l’onda di piena scaturita dalla Rete può affondare l’informazione sotto un mare di fake news, di insulti e di algoritmi. Se il giornalismo serve ancora bisogna far qualcosa per salvarlo.

Una delle prime preoccupazioni, espressa a Roma, durante una discussione convocata da Lsdi e da Digit, Raffaele Fiengo ha suggerito di ‚Äúriconoscere‚ÄĚ il lavoro giornalistico fatto on line da migliaia di persone pi√Ļ o meno sconosciute e prive di titoli. Propone di ammettere costoro, attraverso una sorta di adesione, nella ‚Äúfamiglia ufficiale‚ÄĚ, quella che in Italia √® regolata per legge ed √® presidiata dall‚ÄôOrdine, una famiglia che per ora non pu√≤ riceverli, ma che invece, secondo Fiengo, dovrebbe aprire le porte.

Carlo Verna, nuovo presidente nazionale dell‚ÄôOrdine, gli ha riposto: ‚ÄúVedremo‚ÄĚ, annunciando che il parlamentino eletto a primavera comincer√† a studiare ci√≤ che si pu√≤ fare. sulla base delle norme esistenti e cosa invece avrebbe bisogno di legge nuova. Che ovviamente dipenderebbe dall‚Äôinteresse, dalle capacit√† e dalla buona volont√† di coloro che entreranno in Parlamento dopo il 4 marzo. Dio solo pu√≤ immaginare chi, se e quando!

Aspettiamo, senza inutili scetticismi. Ma intanto chi batte un colpo? Chi ha qualche idea: gli editori, le redazioni, le grandi firme, le associazioni sindacali?

Molti parlano della necessit√† di qualit√† e di autorevolezza che la categoria dovrebbe mostrare ai cittadini per riguadagnare la loro fiducia. Se √® questo il traguardo da raggiungere, allora si pu√≤ dire che la strada √® una sola: una riflessione sull‚Äôetica della notizia, sull‚Äôimpegno che gli operatori dovrebbero assumere. Dare al giornalismo professionale un fondamento robusto, l‚Äôunico su cui si possa costruire il giornalismo ‚Äúper la collettivit√†‚ÄĚ

Dopo sessanta anni dall’approvazione della Costituzione, che proclamò con lì articolo 21 la libertà di stampa da cui discende il giornalismo libero, occorre fare un passo avanti e stabilire che se ne deve esistere anche uno professionale questo però deve rispondere alla collettività sulla base di due piccole parole: <Servizio pubblico>,

Non sar√† una cambiamento di poco conto, perch√© dovr√† incidere sulla cultura collettiva e sui comportamenti di coloro che vorranno fare questo mestiere. Ai giornalisti professionisti dovr√† essere chiesto di lavorare per la difesa della democrazia, non per hobby, per passione personale, per interesse culturale, ma perch√© i cittadini hanno diritto ad informazioni (vere e corrette). Un‚Äôattivit√† dedicata ‚Äúesclusivamente all‚Äôinteresse dei cittadini, non a quello dell‚Äôeditore, n√© a quello di ellata o quella idea politica‚ÄĚ, Una frase che era stata stampata 25 anni fa nella Carta dei doveri, approvata dagli organismi della categoria ai tempi di Tangentopoli, quando molti partiti politici volevano imbavagliare i giornali. Un‚Äôindicazione etica che pochi hanno rispettato.

L’idea di un giornalismo come servizio pubblico non passerà facilmente. Grandi costituzionalisti (come Stefano Rodotà) l’hanno già scritta nei propri libri, ma nessuno ha ascoltato. A questo punto, se si vuole ripensare e rifondare un’attività così delicata, bisogna ammettere che si sono aperte nuove meravigliose strade, ma affermare anzitutto che i suoi professionisti (e i suoi editori) devono lavorare nell’interesse della collettività. E di nessn altro.


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