Set 23
Sabato
La professione
L’Ordine ormai deve cambiare
le modalità del praticantato

di Vittorio Roidi

Fra qualche giorno i giornalisti italiani andranno a votare per eleggere i nuovi consigli dell’Ordine (nazionale e regionali). La novità è la composizione dell’assemblea nazionale, che non sarà più elefantiaca ma di soli 60 membri e dunque più snella ed efficiente. I problemi sul tavolo, per l’Ordine, non sono pochi: querele temerarie, violazioni della privacy, faziosità e in genere autorevolezza del giornalismo, insidiato dalla crisi economica, dalla concorrenza di Internet e dalle fake news. Ma fra i primi nodi che l’organismo professionale dovrà affrontare c’è quello della formazione dei nuovi giornalisti.

Al posto del vecchio praticantato voluto dalla legge Gonella (18 mesi di pratica dopo essere stati assunti in una redazione) c’è ormai un miscuglio inaccettabile di situazioni, fra loro neppure paragonabili. Per accorgersene basta leggere i dati delle ultime sessioni dell’esame di Stato.

Primo esempio. Prendiamo un anno a caso: il 2015. Complessivamente, nelle tre sessioni (febbraio, aprile, ottobre), all’esame di sono stati ammessi 800 praticanti. Di questi: 208 avevano avuto la regolare lettera di compiuta pratica dal direttore di una testata, 195 erano stati ammessi d’ufficio dal proprio Ordine regionale, 251 erano usciti da una delle 12 scuole esistenti, 145 avevano ottenuto il ricongiungimento (periodi di lavoro svolti in posti diversi). Cosa significa? Che attualmente si accingono a entrare in professione avendo svolto periodi di formazione fra loro non paragonabili.

Quelli del primo gruppo si sono addestrati in redazione, come voleva la legge del 1963. Anche se nulla o quasi si sa della loro preparazione accademica e culturale.

Gli appartenenti al secondo gruppo, non possedendo la lettera di un direttore di testata, si sono rivolti all’Ordine regionale dimostrando di aver lavorato alla stregua di praticanti regolari (assistiti almeno da 4 professionisti ecc). Anche qui è impossibile valutare la preparazione teorica, a parte brevi corsi riparatori che alcuni Ordini organizzano prima dell’esame.

Nel terzo gruppo si trovano i praticanti delle scuole, quelli che hanno frequentato un corso biennale (a frequenza obbligatoria!) di addestramento tecnico e di formazione culturale di livello universitario. Da osservare che molte regioni non ne posseggono neppure una.

Il quarto gruppo comprende quei casi nei quali l’Ordine ha riconosciuto che diverse esperienze lavorative trascorse in redazione potevano essere ricongiunte, cioè attaccate insieme e considerate “compiuto praticantato”. Anche qui con quale preparazione culturale non è dato sapere.

Un quadro pieno di contraddizioni, una situazione incongruente, che non può continuare. Sarebbe come ammettere all’esame finale di Medicina persone con esperienze fra loro neppure paragonabili: in ospedale, in clinica, in un ambulatorio?

Tutto ciò è avvenuto perché, a fronte di aziende editoriali che ormai non assumevano più i giovani, l’Ordine ha ritenuto, nel corsoegli ultimi sessanta anni, di consentire un allargamento delle occasioni formative, forzando la legge o interpretandola in modo elastico, per dare il (giusto) riconoscimento a chi il giornalista lo fa da anni e non può essere tenuto ai margini, con contratti e trattamenti di lavoro insufficienti, o addirittura insopportabili. In questo, l’Ordine, è stato spesso supportato dalla Federazione della Stampa, poiché il sindacato non poteva che difendere coloro che il giornalismo lo esercitavano, con coraggio e onestà, ma non trovavano protezione sufficiente, in assenza del riconoscimento professionale. E non si dica che l’esame di Stato risolve poi tutto, lasciando fuori i più scarsi, ché la formazione di un professionista è questione ben più importante e complessa.

Si aggiungano altri dubbi. Basti verificare che in alcune sessioni il 40-50 per cento dei candidati non supera neppure le prove scritte. Sappiamo che i licei e le università non abituano a scrivere alcunché, ma come è possibile che al termine dei 18 mesi di addestramento molti non abbiano neppure raggiunto un livello di scrittura sufficiente?

La conclusione è una sola: o si abolisce la professione e ci si accontenta di un dilettantismo in qualche caso anche brillante. O, se si vuole dare credibilità ai giornalisti bisogna ricominciare dal punto di partenza, cioè dal praticantato.


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