Apr 21
Giovedì
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“Panama papers”: ecco come sarà il giornalismo

L’inchiesta internazionale sui “Panama papers” non è solo servita smascherare un colossale giro di evasione fiscale, ma ha dato una risposta per quanto riguarda il futuro del giornalismo. Chi pensa che questa attività stia per precipitare nell’oceano del fai da tè, ha davanti la prova che solo giornalisti superpreparati e addestrati potranno affrontare le sfide future.

Le prime notizie sono venute fuori dopo un anno. Già questo dimostra che fatica dovranno fare i giornalisti dei prossimi anni. Perché tanto tempo c’è voluto per controllare le informazioni contenute nei files (ben 2,6 terabyte!) usciti misteriosamente dai computers del Mossack Fonseca, lo studio legale di Panama che creava le società offshore che servivano a nascondere al fisco dei diversi paesi i guadagni, leciti o illeciti.Il quotidiano tedesco “Suddeutsche Zeitung” che erano entrato in possesso del materiale, non se l’è sentita di fare da solo e per gestire una simile massa di nomi e di dati ha chiesto aiuto all’International Consortium of investigative Journalist, un’organizzazione a cui aderiscono organi di informazione di settanta nazioni (per l’Italia c’è l’Espresso).
L’unione ha fatto la forza, ma non solo. Ciascun giornale del gigantesco gruppo ha messo al lavoro i propri esperti e solo dopo un anno è stato deciso che i riscontri erano sufficienti e che era possibile pubblicare. Perché ormai erano state fatte verifiche su ciascuno dei personaggi contenuti nell’elenco ed erano stati trovati, comunque, dei riscontri. Per questo anche l’Espresso ha pubblicato. Da notare la differenza con le liste di nomi spifferati da Wikileaks. Anche quelli erano usciti da misteriosi computer, ma su di essi non era stato fatto alcun accertamento. Qui il giornalismo non era intervenuto, non c’era stata intermediazione. Chi pubblicava lo faceva sapendo che rendeva pubblico un fiotto d’acqua, più o meno melmosa, sulla quale nessuno aveva indagato.
Quella dei Panama Papers è invece un’indagine giornalistica vera e propria, per quanto colossale. In futuro quali editori saranno in grado di finanziare inchieste così costose? Ecco un problema. Dipenderà dai cittadini, da quanti dimostreranno di essere disposti a leggere e a pagare indagini e notizie così complesse e così rischiose. Il lettore dovrà essere certo che le informazioni raccolte siano state vagliate da segugi esperti di economia, di finanza, di Fisco, di trattati internazionali, non da dilettanti da quattro soldi. Chi preparerà questi superprofessionisti: gli editori, l’Università, l’Ordine?


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