Apr 17
Domenica
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L’intervista di Vespa:rischiosa
e la Rai ha voglia di censura

di Vittorio Roidi

L’intervista tv di Bruno Vespa  al figlio di Totò Riina è servita a farci capire due cose. La prima riguarda la famiglia di un mafioso, come è fatta, come vive. La seconda spiega come mai l’Italia sia considerata agli ultimi posti, nelle classifiche sulla libertà di stampa. Un paese nel quale i giornalisti sono minacciati, da una parte dai criminali, dall’altra dai governanti, entrambi pronti a imbavagliarli e ad ostacolare il loro lavoro. Bel paese.

Altro che libertà di stampa! Bel paese quello in cui i cronisti di nera devono girare con la scorta; bel paese quello in cui il presidente del Senato e il presidente della commissione parlamentare antimafia l’intervista a Salvo Riina non la vogliono neppure vedere, anzi sperano che non venga trasmessa.

La Rai ha esitato, assediata com’è, nonostante presunte riforme, da politici e politicanti. Ma i nuovi dirigenti hanno dato il via libera, perché sanno che censurare è il male peggiore. Si faccia una trasmissione riparatrice, hanno sentenziato, come altre volte, quasi che lo schermo televisivo sia un po’ una bilancia: su un piatto ci ho messo il mafioso, sull’altro il ministro dell’Interno, secondo la vecchia idea, sempre dominante nell’azienda di Stato, che l’informazione giornalistica si organizzi col misurino: un tanto a Tizio, un tanto a Caio.

Dunque, se una sera ha parlato Riina, la successiva parli il capo dei poliziotti. Così siamo a posto.

Facciamo un bel dibattito – chi meglio di Vespa? – e i piatti della bilancia torneranno in equilibrio. Senza capire che l’etica dell’informazione non ha bisogno di equilibrismi, ma solo di verità e di chiarezza, obbiettivi già raggiunti, al termine dell’intervista, con la presenza del figlio dell’agente Schifani (ucciso a Capaci con Giovanni Falcone), un giovane dallo sguardo onesto, vestito con la splendida divisa verde della Guardia di Finanza. Il figlio di un italiano morto in difesa delle istituzioni, il quale si è domandato come sia possibile non avere una scala di valori, non conoscere la distinzione fra il bene e il male.

“Non spetta a me giudicare” aveva detto Riina, rivelandoci che all’interno di una famiglia mafiosa i figli sono esseri che non vedono, non chiedono, non pensano, simili ad animaletti nascosti dal boss nella tana, bambini che non potevano andare a scuola, che erano costretti di continuo a cambiare nascondiglio e che, una volta cresciuti, sapevano che nei confronti del padre dovevano portare “rispetto”. E basta. Perché in casa loro si faceva così.

Un’intervista che valeva la pena di essere fatta e di essere vista. Come quelle che in passato hanno messo un microfono davanti alla bocca di terroristi, assassini e altri mafiosi. Naturalmente un’intervista difficile, rischiosa, alla quale forse occorreva prepararsi meglio. Che fare di fronte alle risposte che non vengono? Cosa obbiettare davanti a quel “non giudico mio padre, non spetta a me?”. Andava previsto che il rampollo di Riina – come è sembrata temere la presidente Bindi – utilizzasse l’occasione per lanciare segnali e rassicurare che “la famiglia è sempre la stessa, che nulla cambia, che lui è pronto”. Qui Vespa doveva fare di più. Abbiamo capito che il libro scritto da Salvo Riina possiamo risparmiarcelo. Ma altre notizie non ne abbiamo avute. E allora, che scoop è stato? Forse a Riina questa benedetta intervista ha finito per fare un favore. Ed ha autorizzato, purtroppo, il nuovo vertice Rai a dire che prima di intervistare ci vogliono controlli e autorizzazioni: d’ora in poi ci penserà Verdelli.


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