Mag 23
Venerdì
La professione
Morresi: “Ciò che conta è solo
l’interesse del pubblico”

A commento di quanto avvenuto nel Canton Ticino, dove un giudice ha comminato una multa a tre giornalisti “rei” di avere pubblicato i nomi dei protagonisti di un omicidio-suicidio, Enrico Morresi, noto studioso e già presidente dei giornalisti elvetici, ha scritto questa nota che <Giornalismoedemocrazia.it> ritiene utile diffondere.

A me sembra giunto il momento di rimodulare la concezione che abbiamo del nostro agire come giornalisti. Senza ancora riferirmi a casi aberranti (come quello dei tabloid di Murdoch, in cui la parte svolta dai media deve essere deplorata da tutti i punti di vista), ritengo che molte critiche circa il modo in cui si esercita la nostra professione siano giustificate. D’altra parte, anche le nostre linee di difesa dovrebbero essere aggiornate, abbandonando alcune pregiudiziali che oggi il pubblico non comprende più e non è più disposto a riconoscere.

La prima è il cosiddetto diritto di cronaca. Il principio, tutto italiano (perché nato come reazione alla politica repressiva del ventennio fascista), è stato quasi sempre esaltato separatamente da altri principi . Il termine stesso è ambiguo. Oggi non si comprende più perché a una certa categoria debba essere concesso tutto e il contrario di tutto, come si è visto ancora recentemente. Un tentativo interessante, operato in Italia dal Garante per la protezione dei dati personali, è consistito nell’accentuare il principio dell’essenzialità dell’informazione, contenuto nel Codice deontologico emanato dall’Ordine dei giornalisti, ma “le norme, per dimostrarsi giuste, devono essere anche efficaci e l’autodisciplina in Italia rimane un obiettivo lontano”.

Neppure la libertà di stampa è un principio assoluto. Nella codificazione più autorevole in materia (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo) la libertà di espressione e di stampa è posta sullo stesso livello, per esempio, di molti altri diritti , per esempio il rispetto della vita privata delle persone. Su questo punto abbondano i saggi di diritto e di deontologia e i tentativi di autodisciplina. Molto degne di rispetto sono le sintesi delle principali pronunzie in materia: in Italia da parte del Garante per la privacy e regolarmente pubblicate, a cura del collega Mauro Paissan, in Svizzera raccolte nel Prontuario del Consiglio svizzero della stampa.

Tutto questo è molto buono e molto utile. Ma non basta. Occorre a mio parere risalire a monte delle motivazioni che possiamo avere per difendere il buon diritto. di un giornalismo socialmente utile. La Costituzione federale svizzera, riveduta nel 1999, ci dà una mano, quando, nel primo capitolo,mette sullo stesso piano tutti i principi fondamentali riconosciuti, dal diritto alla proprietà al diritto alla salute. Nessuno di questi diritti può tuttavia essere assolutizzato. Noi giornalisti sosterremo sempre l’applicazione più ampia possibile dei principi di libertà di espressione e di stampa , come pure il divieto esplicito della censura, che vi sono chiaramente enumerati. Ma dobbiamo sapere che, in uno stato di diritto, nessuno è arbitro dei propri e altrui diritti. “La domanda è che cosa succede quando due diritti equivalenti entrano in conflitto tra loro e quando l’autorità può restringere un diritto fondamentale (per esempio la libertà di espressione e di stampa).La Costituzione svizzera precisa che una eventuale limitazione del nostro diritto deve essere giustificata da un interesse pubblico ed essere proporzionata allo scopo . A me pare che questi due parametri siano più idonei di altri (e oggi meglio comprensibili dai nostri concittadini) anche a difendere i nostri diritti. Sono principi che hanno anche un valore pedagogico, perché aiutano, noi giornalisti in primis, ma anche le autorità politiche e la magistratura, a imparare come misurare il valore dell’informazione: non nei termini generali e imprecisi che criticavo prima (il diritto di cronaca”, la “libertà di stampa”) ma nei termini più precisi dell’interesse pubblico e della proporzionalità.

Pertanto, nella pratica, cioè nella scelta quotidiana del titolo da dare, del particolare da fornire (per esempio i nomi delle persone toccate da una notizia), della foto da stampare, della sequenza da mandare in onda, il nostro giudizio sarà fatto sull’interesse pubblico del titolo, del particolare per sé notiziabile, della foto, della sequenza.

L’esigenza di applicare questi parametri (interesse pubblico e proporzionalità) deve essere fatto presente anche al legislatore e alla magistratura. La CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) stabilisce che tale limitazione deve essere necessaria per la tutela di altri valori. Ma è davvero così? Davvero, il legislatore svizzero ha applicato questo criterio quando stava per redigere il nuovo Codice di procedura penale (CPP) e di procedura civile (CPC)? Sono abbastanza d’accordo con chi ritiene che la posizione del giornalista sia uscita peggiorata, quanto alla possibilità di disporre di informazioni complete. E rimane aperto il giudizio da dare su altre disposizioni, circa per esempio i rapporti tra i media e la magistratura.

Attenzione, allora! L’affermazione del principio dell’interesse pubblico, se può restringere la nostra libertà nell’entrare nei particolari su certe notizie, spalanca una porta in una direzione che deve starci ugualmente (e forse di più) a cuore: la funzione della stampa come “cane da guardia” della democrazia. Dato che il fatto precede sempre il ragionamento, ancora non ci si è resi conto di tutte le implicazioni delle recenti esplosive rivelazioni sul lato oscuro di talune iniziative del governo degli Stati Uniti (il caso Manley-Assange sulla guerra sporca in Iraq e il caso Snowden/Greenwald sull’intrusione della National Security Agency nella sfera riservata di milioni di persone). Il caso ha dimostrato le eccezionali potenzialità delle nuove tecnologie alleate a intese intercontinentali tra i mass media e tali da vanificare ogni censura. Su queste nuove possibilità di rivelare gli arcana imperii dei moderni stati la dottrina giuridica è agli inizi. La Corte europea, in particolare, deve riflettere su come può essere applicata in casi così eclatanti la seconda parte dell’art. 10 della CEDU, dove sono elencate molte, forse troppe, limitazioni alla libertà d’espressione.

Sarà dunque in nome dell’interesse pubblico che noi giornalisti resisteremo contro una politica del segreto e del silenzio (o contro la criminalizzazione del giornalismo di ricerca) che impedisca di venire a conoscenza di fatti e situazioni su cui i cittadini in democrazia hanno il diritto di farsi un’opinione. A questo punto, il “mostro” da mettere in prima pagina non sarà più il piccolo soggetto di cronaca ma il “grande fratello” che ci minaccia su scala universale.

Il Premio Pulitzer è toccato ai giornalisti del “Washington Post” e del “Guardian”non perché hanno rimestato ancora una volta la minestra fredda della morte della principessa Diana, ma perché hanno utilizzato coraggiosamente le “fughe” di notizie (i leaks) circa le pratiche della National Security Agency americana, perché le consideravano indegne di un sistema democratico.

Enrico Morresi - Lugano, maggio 2014


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