Set 24
Martedì
La professione
Senza riforma l’Ordine è un ente inutile, o quasi

di Francesco De Vito

 Il recente intervento di Vittorio Roidi sul “Corriere della Sera” si conclude con queste parole: “Proseguiamo il progetto Gonella. O abbandoniamolo.” Sono per proseguire quel progetto, liberandolo però da tutte le distorsioni che sono state introdotte nel corso degli anni. 

La legge Gonella stabilisce, all’art. 1, che all’Ordine “appartengono i giornalisti professionisti e i pubblicisti, iscritti nei rispettivi elenchi dell’albo”. Attenzione, il testo non dice “giornalisti professionisti e giornalisti pubblicisti”, oppure “giornalisti professionisti e pubblicisti”, ma indica una netta differenziazione di ruoli tra gli uni e gli altri. Tale differenzazione  all’inizio, era indicata anche dal diverso colore del tesserino: rosso per i professionisti e verde per i pubblicisti. La prima autoriforma introdotta dal Consiglio nazionale dell’Ordine fu quella di colorare di rosso il tesserino verde, tutti caballeros.

L’art. 3 stabilisce che i Consigli regionali sono composti da 6 professionisti e 3 pubblicisti. Si tratta di numeri prestabiliti e quindi non è stato possibile aggirarli. Anche per il Consiglio nazionale era stabilito un rapporto di 2 a 1 per professionisti e pubblicisti. L’art. 16 stabilisce che il Cnog è composto da due professionisti e un pubblicista per ogni Ordine regionale. Aggiunge che gli Ordini che hanno più di 500 professionisti eleggono un consigliere per ogni 500 professionisti eccedenti o frazione superiore alla  metà. Gli Ordini che hanno più di 1.000 pubblicisti iscritti eleggono un altro consigliere nazionale ogni altri 1.000 iscritti o frazione superiore alla metà. Come si può ben vedere, il criterio è sempre quello del rapporto 2-1, ma i numeri dei rappresentanti sono variabili a seconda della lievitazione degli iscritti.

Negli anni, gli Ordini regionali sono stati di manica larga nella iscrizione dei pubblicisti, sia per ragioni finanziarie, ma anche per ragioni clientelari. Ci sono regioni in cui il numero dei pubblicisti supera di più di cinque volte il numero dei professionisti. Così, di elezione in elezione, la rappresentanza dei professionisti e dei pubblicisti nel Consiglio nazionale si è progressivamente equiparata ed è destinata a sbilanciarsi ulteriormente. Avremo l’assurdo di un Consiglio nazionale monstre nel quale chi esercita la professione a tempo pieno è minoranza rispetto a chi la esercita saltuariamente. Si dirà che anche tra i pubblicisti c’è chi è professionista di fatto. Ed è vero. Quanti sono? Un 10 per cento? Ma la soluzione sta nell’individuare percorsi che consentano la loro iscrizione tra i professionisti.

Siamo di fronte ad una distorsione della legge ideata da Guido Gonella. Il disegno di legge approvato nella scorsa Legislatura dalla Camera dei deputati per iniziativa di alcuni parlamentari volenterosi aveva l’obiettivo di porvi rimedio, ma si è poi insabbiata al Senato. Forse vi ha contribuito anche qualche intervento del vertice dell’Ordine, preoccupato delle conseguenze che avrebbe potuto avere sull’imminente rinnovo del Cnog.

 D’altra parte, la distorsione nell’applicazione della legge Gonella non ha dovuto attendere l’equiparazione tra professionisti e pubblicisti nella rappresentanza. Quindici anni di presenza nel Consiglio nazionale mi hanno insegnato che bastava coinvolgere tra i 15 e i 20 consiglieri professionisti promettendo posti nell’Esecutivo e nelle Commissioni consultive per costruire maggioranze insieme ai pubblicisti. Le conseguenze si sentivano soprattutto nelle decisioni sui ricorsi disciplinari.

 E vengo al tema che più interessa Vittorio Roidi, quello dell’etica professionale. L’art. 2 della legge Gonella dice: “E’ diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica…ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti…Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori”. Molti Ordini regionali si sforzavano di applicare queste norme, sanzionando chi le violava. Ma il Consiglio nazionale accoglieva spesso i ricorsi degli interessati col volto determinante dei pubblicisti.  

     Nessun nuovo testo potrebbe definire meglio di quanto abbia fatto Guido Gonella, e con la stessa sobrietà di linguaggio, i principi etici ai quali dovrebbe ispirarsi  il lavoro del giornalista. Quindi teniamoci, per questi aspetti, la legge n. 69 del 1963. Ma ripristiniamo il rapporto 2 a 1 tra professionisti e pubblicisti come stabilito dalla stessa legge. E facciamo in modo che il Consiglio nazionale diventi un organo non elefantiaco, che aumenta a ogni nuova elezione. C’entra questo con l’etica? Sicuramente sì. Non dovrebbe sfuggire a nessuno che chi è maggiormente qualificato a decidere sanzioni contro coloro che violano le regole etiche è chi nei giornali lavora quotidianamente e ne conosce il processo produttivo.


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