Gen 28
Lunedì
Deontologia
Tiziano Terzani: il giornalista alla ricerca della verità

di Antonietta Maggio

Un giornalista, uno scrittore, un filosofo, che ha cercato fino alla fine di trovare e raccontare la verità della vita: Tiziano Terzani. Un giornalista diverso da tutti gli altri. Pubblichiamo l’abstract della tesi della laurea specialistica di Antonietta Maggio, discussa alla Sapienza di Roma.

Il lavoro conclusivo del mio percorso di studi ha ad oggetto l’evoluzione e l’analisi del pensiero di Tiziano Terzani, uno dei più grandi giornalisti e scrittori del nostro tempo. Il progetto è nato qualche anno fa, quando un evento tragico ha scosso la mia vita. Da una semplice ricerca in internet in cui compariva la parola “ridere” mi ritrovai a scoprire un uomo sereno, sconosciuto e senza nome “Anam” come lui stesso si definirà. Il mio lavoro sarà suddiviso in tre parti che riguarderanno l’analisi della ricerca della verità dal punto di vista filosofico e il clichè del buon giornalista secondo il nostro ordinamento giuridico,la storia del reporter di guerra attraverso l’esperienza di Terzani, la sua personale visione della funzione del giornalismo e l’incontro con l’India che ha inevitabilmente cambiato la sua vita. Nel primo capitolo introdurrò il tema della verità dal punto di vista filosofico traslandolo con quanto è previsto dall’Ordinamento Giuridico Italiano. Coloro che per la prima volta hanno posto con chiarezza il problema della verità razionale sono stati i sofisti ad Atene nel V secolo A.C. Fu Aristotele che chiarì la debolezza delle loro teorie, affermando, nel libro 11 della Metafisica che :“Se le cose stessero come dice Protagora (cioè ognuno ha la sua verità), allora tutti avrebbero sempre ragione, nessuno penserebbe il falso, perché ognuno è certo in un dato momento di quello che gli sembra, di quello che gli appare”(Aristotele, Metafisica, 1062, b 14).Introdurrò il pensiero di filosofi e religiosi per me significativi fino a giungere alle conclusioni cui porta il nichilismo. Passerò poi ad analizzare le leggi sulla stampa, i doveri del giornalista e il codice deontologico.

Nel secondo capitolo introdurrò la figura di Tiziano Terzani nato il 14 settembre 1938 a Firenze nel quartiere popolare di Monticelli. Sfidando il parere dei genitori, tenta l’ammissione al collegio Medico-Giuridico di Pisa annesso alla Scuola normale superiore e ne esce vincitore. Dopo essersi laureato a pieni voti fallisce il tentativo di continuare gli studi all’università di Leeds. Senza soldi è costretto a rientrare in Italia, accetta la proposta dell’Olivetti di Ivrea. Il lavoro dell’Olivetti lo porta prima a viaggiare in tutta Europa (Danimarca, Portogallo, Olanda, Gran Bretagna) abitando all’estero per lunghi periodi quindi in Oriente. In autunno l’Olivetti lo manda in Sud Africa. Dal paese sconvolto dall’apartheid manda i primi crudi reportage che pubblica su «l’astrolabio», settimanale diretto da Ferruccio Parri. Mostra un talento innato che documenta anche con l’inseparabile macchina fotografica. Intuisce che il giornalismo può essere la sua strada. Nel 1967 si aggiudica una borsa di studio che gli apre le porte della Columbia University di New York. Nel 1969 rientra in Italia, lascia l’Olivetti e viene assunto come “pubblicista” da «Il Giorno», quotidiano milanese diretto da Italo Pietra. Nel 1971 chiede di andare all’estero, ma il direttore non ha bisogno di corrispondenti dall’Asia. Determinato a seguire le proprie aspirazioni, si dimette dal giornale, pur mantenendo una collaborazione esterna. In autunno gira le redazioni dei più noti quotidiani europei alla ricerca di un’occupazione – sa parlare francese, tedesco, inglese, portoghese e cinese – ma incassa il rifiuto di tutti − «Guardian», «Die Zeit», «Le Monde», «Der Stern» − finché l’editore dell’amburghese di «Der Spiegel» Rudolf Augstein gli offre una chance: un contratto come freelance per un anno con l’apertura di un ufficio a Singapore e la copertura dell’Estremo Oriente.

Nel 1972 parte per il fronte vietnamita e documenta la guerra per «Der Spiegel» e per la stampa italiana − «l’Espresso» e «Il Giorno» − riscuotendo l’ammirazione per il coraggio e la qualità dei reportage che nel novembre ’73 diventano la base del suo primo libro, Pelle di leopardo. Dalla nuova sede di «Der Spiegel» si occupa del dopo-Mao e partecipa ai primi viaggi in Cina. Collabora fin dalla nascita col quotidiano di Eugenio Scalfari «la Repubblica». Nel ’77 segue con angoscia il destino della Cambogia in mano ai khmer rossi poi invasa dal Vietnam. Nel gennaio ’80 corona il sogno di una vita: apre personalmente la redazione di «Der Spiegel» a Pechino. Vede e vive una Cina povera, affamata e distrutta dal maoismo ma con un passato meraviglioso: scrive e fotografa tutto. Il Pcc non è abituato a questa libertà e nel marzo ’84 lo fa arrestare per “crimini controrivoluzionari”. Dopo un mese di riabilitazione e con l’intervento del Presidente Sandro Pertini, viene espulso dal paese, per sempre. È uno shock tremendo. Reagisce a modo suo: in settembre pubblica per Longanesi “La porta proibita” dove racconta senza filtri l’esperienza dei quattro anni vissuti in Cina. Dal 1985 al 1990 vive in Giappone, trasferisce con la famiglia a Tokyo dove si apre il suo capitolo professionale più cupo a causa di una forte depressione. el 1988 chiude la collaborazione con «la Repubblica» e passa al «Corriere della Sera». Nel settembre ’90 lascia con sollievo Tokyo e si trasferisce a Bangkok.

Nell’estate del ’91 il golpe contro Gorbačëv lo sorprende al confine tra U.R.S.S. e Cina. Decide di raggiungere Mosca con ogni mezzo, attraversa 9 delle 15 repubbliche sovietiche e assiste in diretta al crollo dell’Impero comunista. Ne ricava un diario di viaggio:” Buonanotte, signor Lenin!”.Nel ’93 viaggia senza mai prendere aerei per rispettare una vecchia e nefasta profezia di un indovino. A 55 anni è un pretesto per descrivere l’Asia travolta dalla globalizzazione e per trovare nuove motivazioni. È un anno avventuroso che diventa il suo libro più popolare e tradotto, Un indovino mi disse, edito nel 1995. Già dal ’94 vive con la famiglia a Delhi dove segue le contraddizioni e gli sviluppi della democrazia indiana. Nell’agosto ’96, stanco della professione, sceglie il prepensionamento e dopo 25 anni di lavoro, e oltre 200 reportage, lascia «Der Spiegel». Nel 1997 scopre di avere un cancro, ma affronta la novità come una liberazione e nel 1999 si ritira sull’Himalaya indiana, scrivendo, dipingendo e curandosi.

L’11 settembre e lo scoppio della guerra in Afghanistan, lo scuotono. Sente il bisogno di essere testimone e si mette in marcia, da freelance, come agli inizi. Scrive una serie di articoli e riflessioni che raccoglie nel volume “Lettere contro la guerra”, edito nel febbraio 2002. Un libro di forte impegno etico che anima i movimenti civili contro il conflitto militare e la violenza. Nel 2003-2004 si ritira per completare la sua ultima fatica,” Un altro giro di giostra” ,pubblicato nel marzo 2004. È un viaggio oltre la malattia e la medicina, un’analisi stringente e struggente sull’uomo contemporaneo che deve saper affrontare l’inevitabile. Quattro mesi più tardi, il 28 luglio, protetto dalla famiglia – dopo aver registrato con le sue ultime forze una serie di interviste che daranno vita a documentari, libri e film – «lascia il suo corpo» nella valle dell’Orsigna. Nel terzo capitolo analizzerò il rapporto amorevole che Tiziano Terzani instaurò negli ultimi anni della sua vita con l’India grazie al quale ci costringe a rivedere molti nostri pregiudizi sulla morte e la malattia, nonché sulla vita Occidentale.

L’Oriente gli ha insegnato che la morte non va esorcizzata né temuta, bensì affrontata con la mentalità del “sannyasin” induista, che non appena ne avverte la presenza intorno a sé si allontana dai suoi cari per prepararsi alla fine. Questo ha fatto Terzani: ha lavorato su di sé, come l’Oriente gli aveva insegnato, per prepararsi al ritorno a casa, nel grembo dell’universo dove l’individualità non conta e tutto è vuoto. Ma non prima di avere fatto un’altra scoperta: che nella vita stessa, pur con tutte le sue sofferenze e difficoltà, esiste la chiave per sentirsi liberi.


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1 commento a “ Tiziano Terzani: il giornalista alla ricerca della verità ”
  1. Antonietta Angela Maggio

    30 Gen, 2013
    Reply

    Quello che Tiziano Terzani ha voluto esprimere attraverso il suo operato e i suoi scritti è che il giornalismo non è un mestiere, ma un modo di vivere. Spinto dalla curiosità per gli avvenimenti del mondo e sempre ostile ai condizionamenti, egli ci ha offerto un giornalismo puro, mai retrogrado e fatto alla vecchia maniera ogni volta col senso di essere in “missione”, di essere gli occhi, gli orecchi, il naso e a volte anche il cuore di quelli che non potevano essere lì. Da qui l’attenzione ai dettagli, il tentativo di essere preciso nei fatti, nelle cifre, nei nomi. Perch’ se è vero che col giornale di ieri oggi ci si avvolge il pesce è altrettanto vero che il giornalismo è alla base della storia. una responsabilità che Terzani ha sempre sentito. Solo rinunciando alla pretesa anglosassone di essere obiettivi, perchè per Terzani non si è mai obiettivi in quanto anche inconsciamente si sceglie ciò che si vede, il giornalismo può assumere alla funzione di servizio pubblico che trova il suo fondamento nei principi dell’ordinamento giuridico. Terzani ha fatto un giornalismo genuino, di scoperta, di esplorazione, sempre più convinto che la realtà non si capisce con la testa ma con l’intuito e riportando il cuore nell’analisi di tutto. Egli ci ha raccontato i fatti, andando sempre alla ricerca della verità che non esiste, andando a grattare dietro le apparenze di rispettabilità, di onorabilità e di giustizia che tutti i regimi hanno. “Diventai giornalista perchè alle corse podistiche arrivavo sempre per ultimo” è così che Terzani ci inizia alla lettura di “In Asia”, un collage di articoli che raccontano i suoi trent’anni di esperienza in Oriente, dove si identificò come un camaleonte nella società e nella cultura dell’altro non accontentandosi mai delle versioni ufficiali che gli venivano offerte dai funzionari di partito. Convinto che il giornalismo-spettacolo di oggi abbia inquinato l’etica della professione, ma certo anche che nonostante l’ipermaterialismo e la grande amoralità che dominano attualmente ogni aspetto della nostra vita, i valori di fondo dell’animo umano restano e quindi anche questo mestiere può essere fatto con calore e passione, con coraggio, inventiva e con fantasia. Tutta la vita ha continuato a scavare dei buchi, come quei granchi che vide sulle spiagge del Vietnam, alla ricerca della verità e spingendosi oltre quando si accorse che i fatti gliela nascondevano, provando a raggiungerla fin sulle vette dell’Himalaya, offrendoci “una buona occasione” per riflettere sul senso della nostra esistenza.


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