Giu 18
Lunedì
La professione
Decreto del Governo sulle professioni
cambia anche il praticantato?

Con un decreto del 15 giugno il Governo Monti ha cambiato il regolamento di alcune professioni, compresa quella giornalistica. Perduta la capacità disciplinare, confermato l’obbligo della formazione permanente, l’Ordine deve modificare anche le norme sul praticantato. Nessuno sa in che modo. Il rischio è che alcune funzioni si blocchino.

Il decreto è stato presentato dal ministro della Giustizia, Paola Severino, senza alcuna consultazione preventiva e spiazzando i rappresentanti delle categorie. Si sapeva che al massimo il 12 agosto il regolamento doveva cambiare – lo imponevano le indicazioni dell’Unione europea – ma molti (con in testa avvocati e giornalisti) si aspettavano un tavolo di trattativa o almeno di discussione. Il decreto dice che restano escluse solo le “specificità sanitarie”. Dunque, tutti dentro.

Era ormai scontata la novità della formazione permanente. Anche l’Odg la sta studiando, ma il decreto aggiunge che la violazione di questo obbligo sarà sanzionata disciplinarmente. Il giornalista che non dimostrerà, periodicamente, di aver acquisito un certo numero di “crediti” – attraverso corsi, seminari, pubblicazioni ecc – verrà dunque punito. E forse un giorno espulso dall’Albo.

Le novità più consistenti sono due: quella del tirocinio e quella che prevede i Consigli di disciplina. Secondo il nuovo decreto il tirocinio può essere di 18 mesi. Per i giornalisti è già così. Però la norma nuova prevede che gli ultimi 6 mesi possano essere svolti durante il corso universitario. Il Governo dimentica (o almeno così appare) che il praticantato per i giovani giornalisti solo in alcuni casi si svolge in rapporto ad un insegnamento accademico. Molti praticanti non si laureano mai. Ci si chiede se il Ministero della Giustizia intenda considerare obbligatoria l’iscrizione ad un corso (master?) universitario o quale sarà la conseguenza dell’innovazione. Oggi in Italia, a differenza che in altre nazioni, si può ottenere il titolo professionale anche senza essere in possesso di un diploma di laurea. Oppure, comne sostiene Franco Abruzzo, Mario Monti vuole continuare a tenere i giornalisti italiani in una condizione di minorità?

Il dpr di Monti dice espressamente che esso abroga tutte le norme incompatibili già esistenti. Questo potrebbe riguardare anche l’attuale modalità con cui vengono svolti i procedimenti disciplinari. Se le vecchie norme dovessero intendersi già abrogate, gli Ordini regionali non potrebbero più svolgere la loro vecchia funzione di “giudici”, che viene affidata a Consigli di disciplina, dei quali - tra l’altro – non possono fare parte giornalistici già impegnati nella funzione amministrativa. Ma a partire da quando? I procedimenti disciplinari in corso potrebbero essere dichiarati nulli?

E non va dimenticato che le norme europee vietano l’iscrizione in un Albo a chi non ha superato l’esame di stato. Una spada di Damocle che pende sulla testa di migliaia di pubblicisti che, pure, collaborano attivamente alla produzione delle aziende editoriali.


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