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In arrivo la formazione continua:
ma sarà un sistema fai da te?

di Francesco De Vito

E’ aperta da qualche settimana, all’interno degli organismi dell’Ordine dei giornalisti, una complessa e difficile discussione su come regolamentare l’attività di formazione professionale continua prevista dalla legge 148 del 2011, che dovrà essere applicata entro il mese di agosto di quest’anno. Una bozza di regolamento è stata già sottoposta al Consiglio nazionale per essere poi discussa in un incontro con i presidenti e i vicepresidenti dei Consigli regionali. La platea di chi si dovrebbe sottoporre all’obbligo della formazione professionale continua è costituita dagli iscritti all’Elenco professionisti, all’Elenco pubblicisti e all’Elenco speciale stranieri fino al 70esimo anno di età. In complesso oltre 100mila persone. Per i due più grandi Ordini regionali, quello del Lazio e quello della Lombardia, si tratterebbe di organizzare la formazione permanente di oltre 20mila iscritti ciascuno.

Sorge subito una prima domanda. E’ proprio vero che professionisti e pubblicisti siano la stessa cosa? Per definizione, è giornalista professionista chi esercita l’attività giornalistica in maniera esclusiva all’interno dei quadri redazionali. Mentre è pubblicista chi esercita l’attività giornalistica in maniera non esclusiva e con rapporti di collaborazione. Non sarebbe più razionale prevedere l’obbligo della formazione continua solo per i professionisti? Si obietterà: ma ci sono anche i pubblicisti che sono professionisti di fatto. Li si faccia diventare anche di diritto e nel frattempo si ampli la platea anche a loro. In questo modo l’area dell’obbligo si ridurrebbe a meno di un terzo, Lombardia e Lazio avrebbero da organizzare la formazione di 7-8mila giornalisti e tutto diventerebbe meglio gestibile.

Ma sorge spontanea anche un’altra domanda. Perché la formazione continua dovrebbe prolungarsi fino al 70esimo anno? Mediamente, salvo eccezioni, si comincia l’attività giornalistica verso i venticinque anni. Se essa si svolge all’interno dei quadri redazionali, per ogni anno di lavoro quotidiano si acquisisce professionalità e più alta formazione. A 40 anni se ne saranno acquisiti ben 15. Non potrebbe essere questo il limite giusto da porre? Oppure, a voler essere larghi, non si potrebbe portare il limite a 50 anni?

Certo, ci sono anche le emergenze sempre più ricorrenti, giornali che chiudono, colleghi che vengono licenziati o posti in cassa integrazione. Ma in questi casi sarebbe più opportuno intervenire con iniziative tendenti a far acquisire nuova professionalità in settori editoriali che appaiano in espansione, magari d’intesa con la Fnsi e investendo istituzioni che sono in grado di finanziarle, come per esempio le Regioni.

Proprio perché ci si vuole riferire a una platea troppo larga, la formazione continua, per essere facilitata, somiglia molto a una sorta di sistema fai da te. Nel corso di un triennio si dovrebbero acquisire 60 crediti formativi, con un minimo di 15 crediti annuali. Tali crediti si possono acquisire con la partecipazione a corsi, seminari e master e con la partecipazione a tali eventi in qualità di relatore; con la pubblicazione di libri a carattere tecnico-professionale e di saggi sulla professione giornalistica su riviste specializzate; con l’insegnamento di discipline sulla professione giornalistica; con la partecipazione alle commissioni per gli esami da giornalista; con attività formative a distanza; con corsi sulle nuove tecnologie. L’approvazione delle attività formative è riservata al Consiglio nazionale dell’Ordine, mentre la loro promozione è affidata agli Ordini regionali. Quanto ai costi, si annunciano consistenti, per il Consiglio nazionale, per i Consigli regionali e per i giornalisti che dovranno sottoporsi alla formazione continua.

Nell’affrontare questa complessa materia i colleghi dell’Ordine dovrebbero preoccuparsi maggiormente di come le soluzioni che verranno definite saranno accolte dai giornalisti in carne e ossa. Non è un mistero che, finché c’è da ottenere la tessera di giornalista, si guardi all’Ordine con grande interesse. Ma dopo che la si è ottenuta, lo si guardi solo come un organismo che prima ti ha fatto penare, ma poi ti costringe a pagare una tassa annuale. E in caso di violazioni deontologiche ti sanziona pure. L’introduzione della formazione permanente è un passaggio importante, finalizzato all’acquisizione di un’informazione più qualificata. Guai se venisse percepita dai giornalisti come la creazione di norme complicate e inefficaci, introdotte solo per ottemperare a una disposizione di legge. Pare però che l’argomento di cui più si discute nell’Ordine è se si debba creare oppure no una Fondazione che si occupi della formazione continua.


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4 commenti a “ In arrivo la formazione continua:
ma sarà un sistema fai da te? ”
  1. giorgio frasca polara

    30 Mag, 2012
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    condivido pienamente tutte le osservazioni di de vito.

  2. bruno ambrosi

    30 Mag, 2012
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    A volte viene da domandarsi se noi “vecchi”abbiamo qualcosa di sensato da dire sulla professione. Ebbene,le riflessioni deel “vecchio” De Vito che conosce bene la professione quasi quanto conosce bene l’Ordine mi sembrano estremamente condivisibili. Bruno Ambrosi

  3. Mi sembra solo una presa in giro. C’è il rischio che la “formazione continua” si traduca alla fin fine in guadagno per chi tiene i corsi e ulteriori balzelli per tutti quei colleghi, la stragrande maggioranza, che si trovano a dover fare i conti con editori che a dir poco scorretti.

  4. Cassaintegrati e disoccupati dovrebbero poter accedere gratuitamente ai corsi. E dovrebbero comunque essere previsti costi minori per chi è al di sotto di un certo reddito (freelance in primis). Anzi, questo dovrebbe già accadere quando gli Odg regionali fanno corsi di aggiornamento, cosa che invece puntuale non accade.

    A proposito di Fondazione, l’Odg dell’Emilia Romagna l’ha già creata. Ma costituisce un costo in più per i giornalisti che si vogliono (è una possibilità) iscrivere. Se poi è la Fondazione a fare i corsi…


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