Apr 12
Giovedì
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La Fnsi chiede una legge
per la trasparenza degli atti pubblici

In Italia i giornalisti non hanno libero accesso agli atti della pubblica amministrazione, al contrario di quanto avviene in altre nazioni. E’ tempo che il Parlamento approvi una legge che si ispiri, ad esempio al Freedom of Information Act, il provvedimento – ideato dai paesi scandinavi – che gli stati Uniti approvarono nel 1966. Presso la Federazione della stampa, a Roma, si è svolto un incontro volto a capire quali iniziative si possano attuare nel nostro paese, affinché tutti i cittadini, con in prima fila i giornalisti, possano conoscere i documenti pubblici.

Alla riunione, aperta dal presidente del sindacato, Roberto Natale, e introdotta da Raffaele Fiengo, hanno preso parte funzionari di diverse amministrazioni, parlamentari (Vita, De Biase, Giulietti) ed esperti del mondo della comunicazione. La necessità di una legge è scaturita anche dalla constatazione che le norme approvate in Italia per attuare la tanto sbandierata “trasparenza” – ad esempio la 241 del 1990, ma anche la 150 del 2000 – sono state spesso annullate da provvedimenti successivi e da una innegabile insensibilità culturale, che caratterizza il nostro paese e che rende “segreto” o scarsamente conoscibile da parte dei cittadini ciò che viene deciso dalla amministrazioni, centrali o locali.

Il lavoro dei giornalisti, che per parte loro dovrebbero essere addestrati alla raccolta e alla interpretazione dei materiali, è ostacolato da mille giustificazioni e ritardi burocratici, mentre in altri paesi essi hanno accesso rapidamente agli archivi e agli uffici. Da noi, l’unico esempio positivo è il settore dell’ambiente, giacché la convenzione di Ahrus, che venne approvata nel 1998 e che fu ratificata anche dall’Italia.

La Federazione nazionale della stampa si mette dunque alla testa di un movimento che nei prossimi mesi lavorerà (primo passo potrebbe essere la presentazione di una mozione parlamentare) per ottenere un provvedimento di legge che obblighi gli enti pubblici, di qualsiasi natura e collocazione territoriale, a rendere immediatamente conoscibili i propri atti, attuando così concretamente il principio costituzionale che riconosce al cittadino il diritto “ad essere informato”.

La tecnologia offre strumenti preziosi, sia per la trasmissione, sia per la raccolta e la classificazione dei documenti e dei dati. Occorre naturalmente che anche la preparazione dei giovani giornalisti sia volta, in modo specifico e si potrebbe dire scientifico, all’archiviazione e alla lettura di materiali che, oltretutto dal punto di vista quantitativo, si potrebbero rivelare sterminati e dunque di non facile utilizzazione.

Questi gli appunti dell’introduzione all’incontro

di Raffaele Fiengo

Due fatti di questi giorni dimostrano che il giornalismo italiano non e’ nelle condizioni di fare pienamente il proprio dovere.

1- Il 29 marzo 2012 un rapporto del Consiglio di Europa, condotto dalla olandese Teneke Strik, ha accertato che 63 migranti dal Nord Africa nel maggio scorso furono lasciati morire in mare. Le autorita’ libiche (al potere ancora Gheddafi ed erano in corso le operazioni Nato) caricarono il 26 marzo 1911, su una imbarcazione, 60 uomini, 20 donne e due bambini provenienti tutti da zone subsahariane, e li misero in mare. Presto rimasero senza acqua e cibo e cominciarono a morire. Il capitano riusci’ a chiamare un prete eritreo che vive in Italia, don Mussei Zerai. Le coordinate dell’imbarcazione arrivarono cosi’ al Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma. Gli allerta furono lanciati. Ma nessuno soccorse i migranti. A uno a uno morivano di fame e sete. La barca fu sbattuta sulla costa libica con solo 9 sopravvissuti. Italia e Spagna hanno una responsabilità diretta: la “Mendez Nunez” e il nostro pattugliatore “Borsini” erano rispettivamente a 11 miglia e 37 miglia dal barcone. La Nato anche. Un elicottero, forse italiano, forse francese, ha addirittura sorvolato i disgraziati lanciando acqua e biscotti, senza mai tornare. Due pescherecci rifiutarono il soccorso.

2- A Milano sono state pubblicate le liste di coloro che hanno un pass per i “percorsi preferenziali” . Ed e’ subito evidente che ogni giorno un gran numero di automobilisti privilegiati si sottraggono agli ingorghi, senza un motivo serio: medici che corrono da un malato, pompieri che debbono spegnere un incendio, guardie che debbono acciuffare un ladro.

Di fronte a queste due notizie, i giornalisti naturalmente dovrebbero mettersi al lavoro con scopi precisi.

1- Tirare fuori dal rapporto integrale (anche se e’ in inglese) i testi delle comunicazioni radio esistenti. Procurarsi i documenti sul caso. I marinai italiani non hanno nel loro DNA l’omissione di soccorso in mare. E’ probabile che il comandante o qualche ufficiale abbia chiesto ad autorità superiori come comportarsi. E’ possibile che la catena di formazione della volontà e delle decisioni passi dal richiamo a leggi o circolari di applicazione. Può essere che l’epilogo vergognoso sia da spiegare anche con lo spirito del governo di quel tempo, dove la presenza della Lega arrivava fino ad anteporre il respingimento della “invasione dei neri” al valore di una vita. L’altro giorno il giornalismo aveva, il compito di spiegare questo. Non per punire qualcuno (non spetta alla stampa), ma per spiegare, aiutare a capire come era potuto accadere. Una comunità in questo modo conosce, sa, forma una propria opinione pubblica sul problema e magari cambia una legge sbagliata.

2- Nel caso dei 4000 pass, più che spulciare tra i gruppi sociali che godevano del privilegio e -soprattutto - piu’ che indicare con scandalo o invidia i succosi nomi, il giornalismo vorrebbe raccontare come funziona in concreto la concessione dei pass e trovare dove sono i varchi per gli abusi.Questo vuol dire sapere come funziona quell’ufficio. Mettere in chiaro non solo i provvedimenti, le procedure burocratiche. Ma anche leggere le note di servizio, se ci sono. Ricostruire come un persona che non avrebbe alcun titolo per avere il pass, invece lo riceve.

Anche qui non si tratta di metter alla gogna i privilegiati. Ma spiegare per quali vie da noi non solo non c’e la famosa “eguaglianza dei punti di partenza” ma i trattamenti speciali toccano ogni momento della giornata. E della vita.

n tutti e due i casi, in Italia, a differenza di quanto avviene in tutti gli altri paesi democratici, questo lavoro non e’ possibile.

Ho pensato di andare personalmente negli ufficiali del Comune di Milano per fare l’ennesima prova usando il caso dei pass. Ho chiesto dell’Urp, l’ufficio per le relazioni con il pubblico. Ma non sono andato oltre l’albo pretorio. Se arrivo davanti a uno “sportello per la trasparenza” potrei citare una affermazione di principio, il total disclosure, la trasparenza totale che Pietro Ichino e riuscito faticosamente a inserire come emendamento della legge Brunetta sulla pubblica amministrazione.

Ma sarebbe inutile. Perche in Italia il Freedom of Information Act non c’e’.

Un mio studente per preparare una tesi sull’argomento si reco’ alla base Usa di Aviano e trovo’ perfino uno sportello del FOIA dove, per iscritto, ha chiesto (e dopo qualche mese ricevuto) il rapporto sulla strage del Cermis compiuta da piloti sulla cabinovia (20 morti).

Il FOIA è nato in Svezia e Finlandia dopo la Seconda guerra mondiale, è stato introdotto negli Stati Uniti nel 1966 e ora è diffuso in oltre settanta Paesi di tutto il mondo, compresa l’India (che ha in vigore una delle versioni più ampie).

In Italia permane in sostanza, la vecchia regola restrittiva, in base alla quale può chiedere un atto amministrativo soltanto chi ha un “interesse legittimo” ad averlo. Un diritto di accesso ai documenti pubblici venti anni fa è stato introdotto nel nostro ordinamento. Ma questa famosa legge 241 del 1990 è pensata per il singolo alle prese, per i casi suoi, con la pubblica amministrazione. Non nasce come diritto della comunità dei cittadini a sapere. E una serie di leggine successive ha chiuso totalmente il discorso.

Un emendamento bipartisan nel 2010 ha reso legge una affermazione di principio. Ma con scarso effetto pratico: “Le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa valutazione sono rese accessibili dall’amministrazione di appartenenza”.

Ma perché e’ diventata cosi’ urgente e non rinviabile l’introduzione di un Freedom of Information Act in Italia?

Si possono mettere in fila diversi dati di fatto.

1. Il declino accompagnato dal pericolo di un collasso economico ha obbligato la rappresentanza politica eletta ad affidare a Mario Monti e ai suoi tecnici il governo di riforme indispensabili per non affondare.

2. La crisi del sistema dei partiti, con le anomalie da correggere, non solo nella legge elettorale, rende difficile e spesso povera la dialettica con lo stesso governo sostenuto.

3. Chiamate nel campo di forze a un ruolo di riequilibrio, le forze sociali, portatrici di valori e interessi, in molti casi portano con se’ una carica corporativa inevitabile.

4. In questo contesto, il giornalismo in tutte le sue declinazioni ha un compito decisivo nella formazione dell’opinione pubblica e nel mettere in Paese in condizione di fare le scelti migliori.

Finora il giornalismo italiano e’ stato costretto in uno schema fortemente schierato. Con pochissima indipendenza. Ha dovuto fare la sua parte con gli strumenti possibili. L’importanza assunta dalla pubblicazione delle intercettazioni e’ solo una delle prove.

La pratica di non accesso agli atti della pubblica amministrazione e’ talmente forte che anche quando la “full disclosure” e’ possibile non viene richiesta. E’ il caso della materia ambientale che in base alla Convenzione di Aahrus del 1998, ratificata anche dall’Italia, e’ sottoposta a un regime di totale trasparenza.

Le riforme in corso non possono avvenire se le norme non permettono piena trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione (le città, le regioni, lo Stato, gli enti pubblici, la sanità, tutto quanto). Il giornalismo deve poter dare alla comunita’ le informazioni dirette che interessano il presente e il futuro.

Se si stanno costruendo delle case sulla collina che mi sovrasta, devo sapere se i permessi metteranno in pericolo la vita della mia famiglia alla prima alluvione. Tanto per fare un esempio.

Email: rfiengo@gmail.com

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  1. Set 19, 2012 : Il principio di trasparenza « I media-mondo
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