Mar 09
Venerdì
La professione
Solo cinque mesi per stabilire
come saranno i “nuovi” pubblicisti

di Vittorio Roidi

 Sarà piccola o grande la rivoluzione nell’organizzazione del giornalismo? Il governo non ha ancora battuto neppure un colpo, ma entro il 12 agosto il nostro paese dovrà comunque adeguarsi alle norme europee. La modifica potrebbe essere di sostanza, soprattutto per quanto riguarda i pubblicisti.

La questione, a dir poco, finora è stata sottovalutata, sia dalla Fnsi sia dall’Ordine nazionale. I ministeri dell’Istruzione e della Giustizia stanno studiando il da farsi, ma non è chiaro quale sarà il risultato finale.E a fronte di un possibile sconquasso un po’ più di attenzione non guasterebbe. L’analisi deve essere serena e portata avanti con raziocinio.

La vecchia legge del 1963, quella che istituì l’Ordine (che a molti non piace, ma che resta il pilastro di tutta la costruzione) prevedeva la distinzione fra professionisti e pubblicisti. I primi dovevano esercitare l’attività in modo esclusivo, fare 18 mesi di praticantato e un esame di stato); i secondi potevano affiancare il lavoro giornalistico – definiamolo autonomo - ad un altro mestiere, ma per ottenere il tesserino dovevano presentare un congruo numero di articoli, prodotti in un biennio e regolarmente pagati. Non un hobby, ma un lavoro vero e proprio. Ai professionisti veniva affidato il carico all’interno delle aziende e delle redazioni editoriali; ai secondi veniva affidato un contributo esterno, altrettanto prezioso. I primi sono oggi circa 25 mila, i secondi più di 80 mila e spesso dagli editori vengono utilizzati con modalità discutibili, talvolta come semplici collaboratori, talaltra alla stregua dei professionisti, ma sottopagati ed emarginati.

Ora l’Unione europea ha fatto un alto là: a partire da agosto 2012 nessuno potrà essere iscritto in un Albo professionale se privo di una laurea almeno triennale e se non avrà superato l’esame di stato. Cosa succederà? Quale soluzione adotteranno i Ministeri competenti? E si riuscirà a trovare una soluzione nei pochi (5) mesi che restano?

Il consiglio nazionale dell’Ordine, qualche settimana fa, ha approvato un documento di intenti, nel quale in sostanza si prefigura questo quadro. 1) i pubblicisti già iscritti se lo vogliono possono restare nella situazione giuridica in cui si trovano; 2) per 5 anni sarà possibile affrontare un esame di stato “transitorio”, al quale saranno ammessi coloro che avranno i seguenti requisiti: iscrizione all’Elenco dei Pubblicisti; esercizio esclusivo dell’attività giornalistica in forma di sistematica collaborazione retribuita di almeno 36 mesi nell’ultimo quinquennio; certificazione del rapporto contrattuale e comunque continuativo esistente nell’ultimo quinquennio, compresa la documentazione fiscale (Cud o dichiarazione dei redditi); attestazione della regolarità contributiva previdenziale per i compensi percepiti per il periodo equivalente; presentazione del materiale attestante l’attività giornalistica svolta nel corso nell’ultimo quinquennio (la specificazione è rinviata al regolamento di attuazione); 3) formazione teorica e pratica attraverso corsi che saranno decisi e organizzati dallo stesso Ordine.

L’idea formulata dall’Ordine lascia parecchie perplessità sia per quanto riguarda la formazione teorica sia per quella pratica. La seconda potrà essere svolta presso università o strutture indicate dall’Ordine stesso, ma occorrono – nelle diverse regioni – garanzie precise. L’addestramento pratico invece appare ancora più discutibile, lì dove dovrebbe sostituire i 18 mesi previsti dalla legge, che i “normali” praticanti devono effettuare. Quali attrezzature, quale tutoraggio, garantiranno, anche qui, condizioni sufficienti e paritarie?

C’è poi una domanda alla quale per ora nessuno risponde: come verranno trattati coloro che, dopo il 12 agosto, svolgeranno attività giornalistica non professionale? Chi si occuperà di loro? L’Ordine non potrà iscriverli. Anzi, lo stesso elenco dei pubblicisti (privi di laurea e di esame) non potrà neppure esistere. La Federazione della stampa dovrà rivedere statuti e regole. Potrebbero diventare migliaia di persone, prive di tessera e di riconoscimenti.

Ci vuole una modifica della legge del ’63 che rimetta in sesto il sistema. Difficile dire come, ma se si pensa che i pubblicisti sono parte rilevante dell’Ordine e i loro rappresentanti governano l’ente insieme con i professionisti si deve concludere che la riforma deve essere sia formale che sostanziale, con implicazioni neppure immaginabili. Qualcuno spera in una leggina che rimandi ad un futuro regolamento, ma è difficile che i Ministeri deleghino, in questo modo, tutti i problemi all’Ordine.

I pubblicisti rappresentano una grossa fetta di coloro che fanno giornalismo e che arricchiscono di contenuti le pagine degli organi stampati e i servizi di quelli radiotelevisivi o on line. Si tratta di colleghi che dovranno vedere regolamentato e protetto il proprio lavoro. Già adesso essi sono spesso maltrattati dagli editori. Figuriamoci domani, quando essi non risulteranno neppure iscritti all’Ordine. In un assenza di nuove norme saranno abbandonati a se stessi. Tutto questo non farà bene al giornalismo, non contribuirà a dare ai cittadini informazioni corrette e veritiere. L’attuale Governo, creato per tirare fuori il paese dai guai finanziari, sta mettendo in cantiere alcune riforme di lungo respiro. Potrà occuparsi anche di un settore delicato come quello dei giornalisti? E lo vorranno quei partiti che sorreggono Mario Monti ma che sembrano tentati ogni giorno di staccare la spina?

 


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1 commento a “ Solo cinque mesi per stabilire
come saranno i “nuovi” pubblicisti ”
  1. Ci sono troppe ambiguità. Quali sono i veri professionisti?


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