Nov 08
Martedì
La professione
Il giornalismo digitale:
bisogna capire ciò che si fa

di Mario Tedeschini Lalli

Uno dei problemi maggiori della stampa è che i giornalisti spesso credono ciecamente alle semplificazioni che essi stessi propongono per spiegare fenomeni complessi. Questo è vero in particolare quando la stampa parla della stampa, così di semplificazione in semplificazione si oscilla tra abissi di pessimismo e vette di ottimismo. Prima si è fatto dire a studiosi ed editori che i giornali sarebbero scomparsi nel giro di pochi anni (anche se non lo avevano mai detto), poi ci si è accorti che se qualche testata moriva le altre continuavano a sopravvivere, sia pure con difficoltà, e allora è scattato, inevitabile, il riflesso consolatorio del “te-lo-avevo-detto-io”. Negli ultimi tempi sembra che ci si trovi di nuovo sulle vette dell’ottimismo. Ciò che questi comportamenti compulsivo-bipolari eludono è la dimensione culturale profonda delle trasformazioni in atto, senza la quale non c’è futuro per il giornalismo professionale, che si esprima su carta, in tv, sul web, su iPad o un domani per via telepatica.

La questione non è se i quotidiani di carta sopravviveranno e fino a quando, non è neppure di integrare in maniera meccanica le redazioni in sistemi dove “tutti devono fare tutto”, il problema è che il mondo nella quale la carta, il web e tutto il resto è immerso è radicalmente cambiato, Viviamo in un universo, l’universo digitale, dove vigono leggi che ci sembrano controintuitive. A titolo di esempio, nel digitale lo spazio e il tempo cambiano significato e funzioni e per un mestiere come il giornalismo, che sullo spazio e il tempo definisce i suoi prodotti, ciò comporta la necessità di ripensare radicalmente ciò che si fa e come lo si fa.

Altra illusione è che le “nuove tecnologie” (che non sono neanche nuove, hanno almeno vent’anni) siano aggiuntive, come lo furono le foto per la stampa, poi il cinema, la radio e la televisione. Che basti cioè acquisire competenze specifiche per veicolare su nuovi canali un prodotto sostanzialmente uguale. Il problema non è “tecnico”, è culturale e la cultura digitale è un campo nel quale il giornalista deve entrare comunque, che faccia una radiocronaca a braccio da un telefono, che scriva un articolo per un giornale di carta o produca qualcosa per il web. Non è una roba per “quelli di internet” e non è un optional, è la condizione necessaria – anche se non necessariamente sufficiente – per superare la rivoluzione culturale mantenendo una qualche forma di giornalismo professionale.

Una delle caratteristiche principali dell’universo digitale è infatti la “disintermediazione” e i giornalisti sono per definizione gli intermediari della informazione. Non basta appellarsi alla necessità di una funzione giornalistica professionale in una società di massa che voglia dirsi democratica: è vero, è necessaria, ma necessario non vuol dire inevitabile. In alcuni casi, proprio delle ultime settimane, la “mediazione professionale” in Italia è stata in effetti completamente saltata, in campi che avrebbero dovuto vederla in prima fila.

Primo: la campagna per gli “open data”. Cominciata all’inizio del 2010 sull’onda di quanto stava accadendo in USA e Gran Bretagna, chiedeva all’amministrazione pubblica di mettere a disposizione di tutti e in formato riutilizzabile set di dati, che possano essere liberamente usati dai cittadini. Il giornalismo avrebbe potuto far sua e combattere questa battaglia nel nome della trasparenza e attrezzarsi per fornire gli strumenti di analisi e interpretazione. Il 28 ottobre, in effetti, il governo ha lanciato finalmente il primo portale nazionale dei dati, ma il giornalismo professionale da questa battaglia è stato completamente assente. Essa è stata combattuta e vinta da un piccolo pezzo di società civile, un piccolissimo pezzo di società politica e un piccolo, straordinario pezzo di pubblica amministrazione. La mediazione giornalistica? Saltata a piè pari, non era proprio in gara.

Secondo: il vertice notturo della Unione europea sulla crisi italiana a fine ottobre. Silvio Berlusconi afferma che la cancelliera Angela Merkel si è scusata con lui. Dopo un paio d’ore il portavoce della cancelliera smentisce: “Nessuna scusa, perché non ce n’era bisogno”. Il giorno dopo tutti i giornali ne parlano. Ma come è arrivata la smentita del portavoce? Ha semplicemente risposto a un domanda. La domanda di un giornalista professionale in conferenza stampa o, magari, nel corso di una telefonata? No, la domanda di un giornalista “blogger” del sito politico Nomfup su Twitter, dove il portavoce tedesco è attivissimo.

Che c’entrano in questi casi le questioni sui siti web e i giornali di carta, se gli uni sostituiranno i primi, se le applicazioni sui tablet “salveranno” o definitivamente affosseranno la forma-giornale? Nulla. Hanno invece tutto a che fare con il modo stesso di osservare, interrogare e interpretare la realtà da parte del giornalismo professionale e dell’editoria che lo sostiene. Illudersi che tutto questo non possa accadere solo perché dannoso o non desiderabile, vuol dire non rendersi conto che in realtà sta già accadendo.

Come abbiamo scritto con Claudio Giua qualche mese fa, la “integrazione” vera da fare non è tanto quella delle funzioni nei giornali, quanto quella dei “cervelli”. Occorre che gli editori, le direzioni, le redazioni pensino al loro prodotto come a un tutto unico, che non solo si esprime con mezzi e strumenti narrativi diversi (per i quali – avendone la possibilità – si può anche ricorrere a professionalità specifiche), ma anche racconta cose che solo una profonda immersione nella cultura digitale possono far comprendere. Occorre si rendano conto che la cultura digitale ha cambiato il campo di gioco e che se si vuole continuare a giocare è necessario comprendere le nuove regole e attrezzarsi per le nuove partite. Una vera rivoluzione culturale, che non può affidarsi a qualche “tecnico” che risolva le questioni specifiche. E le rivoluzioni sono dolorose.


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