Ott 23
Domenica
Deontologia
La rivolta dei libici: quando gli inviati
continuano ad essere indispensabili

di Vittorio Roidi

Il giornalismo tradizionale non morirà mai, almeno fino a quando esisteranno le guerre. Lo dimostrano i lunghi mesi dell’insurrezione in Libia, seguiti dai cronisti esattamente come fecero i grandi inviati del passato, in Ungheria o in Cecoslovacchia. Ci sono delle differenze, ma in tutti questi casi il giornalismo ha dovuto far ricorso al coraggio, alla passione, al taccuino e alla Leica degli inviati. La tecnologia non ha cambiato più di tanto questo giornalismo. Ci riflettano quegli editori che negli ultimi anni hanno proposto di abolire gli inviati speciali.

Le notizie che i giornalisti hanno dato al pubblico sulla rivolta di popolo e sui combattimenti a Tripoli, a Bengasi, a Misurata, a Sirte, sono state purtroppo imprecise e contraddittorie come lo sono quelle di tutte le guerre. L’esistenza dei telefoni cellulari ha infoltito il panorama delle informazioni, ma ha tolto qualsiasi certezza. La mancanza di comandi militari – che pure raccontano solo la verità che fa loro comodo – ha reso impossibile qualsiasi ufficialità. Il clan di Gheddafi continuava ad affermare che la battaglia non era persa. Ma anche il fronte dei ribelli – ormai  riconosciuto sul piano internazionale – forniva notizie che il giorno dopo venivano spesso smentite. Le guerre sono così. Solo ciò che gli inviati vedono con i propri occhi può essere considerato autentico e neppure rappresenta un segnale di reali sviluppi militari. Il giornalismo torna ad essere quello tradizionale e la tecnologia non garantisce la conoscenza dei fatti veri. Talvolta rende maggiore l’incertezza e mette le redazioni, che devono coordinare e spiegare gli eventi, davanti a scenari decisamente confusi.

L’esistenza dei telefonini offre fonti preziose. Sia le comunicazioni sia le foto  costituiscono un materiale un tempo inesistente. Ma non sempre offrono la prova della verità. Esattamente come avvenne in Romania, nel 1989, quando le immagini di una donna e di una bambina morte a Timisoara, furono lo strumento per uno dei più colossali falsi giornalistici della storia. Una trappola in cui caddero quasi tutte le più famose agenzie internazionali di stampa.

Quelle della cattura e dell’uccisione dei raìs, riprese dai cellulari e trasmesse in tutto il mondo, sono sequenze terribili che, al contrario, trasformano il giornalismo. E impongono riflessioni nuove, ad esempio agli operatori della televisione e dei siti Internet, molti dei quali hanno continuato a trasmetterle, dando prova di una pervicacia e di una insensibilità etica dettate esclusivamente da interessi commerciali. I giornalisti ancora una volta devono decidere se intendono essere strumenti esclusivamente di verità o se vogliono piegare il proprio lavoro alle esigenze del business e dello spettacolo tout court. L’esercizio della libertà non esclude alcuni limiti. Nell’occasione della morte di Gheddafi le immagini, straordinarie, autentiche, terribili, che era doveroso fossero trasmesse, potevano essere usate con più delicatezza. Mentre alcuni le hanno sparate a ripetizione negli occhi degli spettatori come proiettili, che hanno continuato a colpire in modo indiscriminato. Anche la misura fa parte della professionalità.

 


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2 commenti a “ La rivolta dei libici: quando gli inviati
continuano ad essere indispensabili ”
  1. alberto giuliani

    23 Ott, 2011
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    una pacata, lucida riflessione su un mestiere che ancora molto ha da dire nonostante il duro contrasto opposto dal mondo editoriale. Più che giuste le considerazioni sui limiti imposti più dalla professionalità che dalla pietas all’uso di documentazioni fotografiche

  2. Michele Concina

    30 Ott, 2011
    Reply

    Pensieri sparsi. Il “giornalismo tradizionale” è stato tutta la mia vita, non solo professionale. Ma se per sopravvivere avesse davvero bisogno della guerra, preferirei fare a meno del giornalismo tradizionale. Per fortuna non è così: provate a farvi un’idea dell’alluvione fra Toscana e Liguria sulla base delle agenzie di stampa.
    E’ nobile l’invito a riflettere rivolto agli editori. L’unico problemino è che gli editori non eistono più, da almeno dieci anni. L’editore è un individuo che ama il suo prodotto, che desidera migliorarlo, primeggiare per qualità, che condivide con i giornalisti il gusto di rivelare e spiegare: più estinto dello stegosauro. Restano dei padroni di giornali, che vorrebbero diventare anche padroni di giornalisti. E spesso ci riescono, visto che una moltitudine di colleghi -a cominciare da quelli che negoziano e firmano i contratti nazionali di lavoro- non può immaginare di vivere senza un padrone. Quando Don Giovanni sprofonda agli inferi, Leporello non progetta una vita da uomo libero: canta “Ed io vado all’osteria a trovar padron miglior”. E’ la subalternità culturale, non Internet, che sta uccidendo il mestiere. E, en passant, mettendo a rischio la democrazia.
    Inutile dire che i padroni dei giornali non riflettono, non sono dotati dell’attrezzatura minima per farlo. Sanno compiere solo operazioni aritmetiche elementari, addizione e sottrazione. La loro cultura imprenditoriale si può riassumere in un dilemma vecchio di secoli: quanto fieno posso ancora togliere alla vacca, perché continui comunque a produrre un liquido biancastro inconsistente e insapore, che personalmente mi guardo bene dall’assaggiare, ma che posso etichettare come latte, trovando qualcuno disposto a comprarlo?


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