Ott 06
Giovedì
Deontologia
Amanda e Raffaele assolti
Gli errori del processo mediatico

di Vittorio Roidi

Il processo di Perugia è stato seguito e accompagnato da un processo “mediaticoâ€. Lo dicono tutti. I mezzi di informazione hanno giudicato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per proprio conto, li hanno messi sull’altare o nella povere, a seconda dei casi. Le urla “Vergogna, vergogna!†all’uscita della Corte di Appello e, all’opposto, quelle di liberazione – udite più che altro negli Stati Uniti – sono state la conclusione esasperata di una siffatta attività dei mass media. I giornalisti devono vantarsene o vergognarsene? Sarebbe molto se, ciascuno per sé, facessero almeno qualche riflessione.

Scopo del giornalismo è la ricerca e la diffusione della verità. Essi dunque hanno tutto il diritto di seguire un fatto, ad esempio un terribile delitto e cercare di scoprire chi ne sia il responsabile. Ovviamente essi non sono giudici, non emettono sentenze e tanto meno assegnano pene. In qualche caso il racconto e l’analisi dell’episodio oggi avviene attraverso l’uso di elementi spettacolari: immagini, ricostruzioni. E’ diventato abituale l’intervento di esperti (giuristi, criminologi ecc) veri o presunti, che tentano di capire l’accaduto attraverso la propria esperienza e competenza.

Soprattutto da parte dei canali televisivi è evidente una eccessiva ripetitività, una insistenza su alcuni fatti, soprattutto su quelli non risolti, dei quali l’opinione pubblica attende una soluzione. Poiché i temi della “nera†fanno audience e sono seguiti con attenzione da un alto numero di persone, alcune tv sfruttano quell’episodio, creando una morbosità e una frenesia che fanno nascere due partiti, quello degli innocentisti e quello dei colpevolisti. E’ successo per Cogne e per la signora Annamaria Franzoni. E’ successo ora per Perugia e per Amanda Knox e Michele Sollecito. Sta succedendo per il processo giudiziario, non ancora iniziato, per la morte di Melania Rea, che vede sul banco degli imputati il marito Salvatore Parolisi.

Non è solo colpa dei giornalisti. Molti programmi offrono una strana mescolanza  notizie presunte o inesistenti, ripetizioni inutili, commenti inconcludenti e, soprattutto, conduttori che non sono giornalisti e che appaiono sospinti solo dal desiderio di fare ascolto e dare agli ascoltatori ciò che essi chiedono: fatti clamorosi, vite distrutte, sentimenti violenti, amore e odio. Finalità che non appartengono all’etica di un giornalista. Sono i dirigenti televisivi che devono riflettere più di altri.

C’è poco da meravigliarsi se, dopo ogni sentenza, gli spettatori si scatenano, alcuni perché avrebbero voluto una condanna, altri perché in primo grado i giudici avevano “sbagliato†(come ha detto, incredibile!, un ex ministro della Giustizia).

E’ però anche vero che la spinta dei media può avere effetti positivi. Amanda e Raffaele sono stati assolti in appello forse anche perché a gran voce era stato preteso un riesame delle analisi scientifiche. Se è vero che sono innocenti, l’opinione pubblica – attraverso il chiasso dei mas media - ha contribuito alla loro scarcerazione.

Ma la sintesi è un’altra. Il processo penale è un momento doloroso, che ha per scopo quello di ricucire una ferita sociale. Esso dovrebbe svolgersi nella maggiore autonomia possibile. Il cittadino deve chiedere che ciò avvenga nel modo migliore possibile. Egli non sta assistendo ad uno spettacolo del circo, ma ad un dramma umano e sociale, che non ha il diritto di influenzare. Per questo i giornalisti non devono chiedere né applausi né fischi.


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