Giu 18
Sabato
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Quando la Rai di Mantovani e Santoro
traballò sotto la spinta di Samarcanda

Nel 1987, Giovanni Mantovani e Michele Santoro idearono e realizzarono Samarcanda, un programma giornalistico che doveva diventare “storico”. Cosa successe realmente in quel tempo, quando la Rete Tre della Rai era diretta da Angelo Guglielmi e Sandro Curzi? Lo ha raccontato in questo articolo proprio Giovanni Mantovani, sul sito di “Giornalismo e democrazia”, in un momento in cui sembrava che il conduttore dovesse di nuovo lasciare l’azienda di viale Mazzini. Mantovani è scomparso in questi giorni, ma il suo scritto mantiene inalterato un valore e un’attualità eccezionali. Per questo abbiamo deciso di ripubblicarlo.

 

Michele Santoro e la mannaia del giovedì sera
Tutto cominciò con Guglielmi, Curzi e la foca monaca

di Giovanni Mantovani

 

Se ne andrà Michele Santoro dalla Rai, o no? La sfuriata di giovedì sera gli ha probabilmente assicurato il divorzio, anche se la fine era già nota. Più o meno. Non parlerò delle polemiche un po’ ipocrite sui soldi, né del presunto cedimento a Berlusconi, né dell’uso improprio del servizio pubblico per difendere le sue scelte (che oltre tutto lui stesso definisce private). Santoro ha detto con chiarezza che a lui interessa solo il “suo” pubblico.

Mi vorrei fermare solo su  due o tre aspetti che altrove non hanno trovato ospitalità. Il primo: c’è una contraddizione tra difendere una posizione personale rivendicando il ruolo di battitore libero dell’informazione e accusare poi il Pd e la sinistra, ma anche i grandi giornali cosiddetti indipendenti, per non averlo difeso. Sottile, ma c’è. Non esiste una informazione veramente indipendente che possa piacere alla politica, di qualunque parte. Può piacere ai politici, non ai partiti. Chi vuole offrire questa libera e lodevole testimonianza di professionalità giornalistica deve sapere che lo fa a suo rischio e pericolo; e non deve aspettarsi né difese, né premi, né riconoscenza.

Il secondo: la rivendicazione del “suo” pubblico e del successo di audience, in sé sacrosanta, giustifica i compensi ma non può essere la misura di tutto. Berlusconi pensa di poter fare tutto quello che vuole, perché il popolo lo ha eletto e i sondaggi gli dànno ragione, ma ha torto. Non sempre il successo premia i migliori, e di rado c’è una corrispondenza tra avere successo e fare la cosa giusta. Santoro è un professionista di grande valore, ma neanche il migliore in assoluto dovrebbe  permettersi di crederlo, tanto meno di proclamarlo.

Ma quello che mi preme soprattutto sottolineare è questo: il fatto vero di cui poco si parla è che l’obiettivo non era tanto Santoro, ma l’appuntamento settimanale da lui gestito e condotto. Quella specie di mannaia che ogni giovedì sera si aspettava per vedere su chi sarebbe caduta. Dal 10 giugno non ci sarà più e temo che non ci sarà più per sempre. Finisce un’epoca cominciata con Samarcanda nel 1987, direzione Curzi al Tg3 e Guglielmi a Rai3. Chi scrive ne ha portato la responsabilità per cinque anni, anche quella di aver “inventato” Santoro conduttore (contro il parere più volte ripetuto di Curzi e Guglielmi). Una trasmissione cominciata in sordina, in seconda serata, che andò in onda per tutta la primavera; una specie di salotto del sabato sera nel quale si discuteva di attualità con quattro ospiti. Dall’autunno successivo, partì la linea più dura ed esteticamente anche innovatrice che attirò subito critiche ed entusiasmi ugualmente estremi; anche grazie alla conduzione di Santoro che inaugurava lo stile “antipatizzante”. La Samarcanda nera, dove, dal buio/vuoto (il non luogo dell’informazione) spuntavano, appesi qua è là, i monitor, come finestre sul mondo esterno. E poi, via via, le edizioni successive. Quando Samarcanda passò in prima serata ricordo che Guglielmi venne a trovare Curzi, nella redazione del Tg3 e disse, più o meno: “secondo me è una trasmissione demenziale (testuale; ero presente) ma siccome funziona ho deciso di passarla in prima serata”.

Ce ne sarebbero, da raccontarne; come quando preparammo una copertina che sfotteva Celentano e i suoi sermoni moralistici (nella fattispecie ce l’aveva con la difesa della foca monaca; cosa su cui eravamo ovviamente d’accordo, ma che non consideravamo – se si pensa di quali anni stiamo parlando – il primo problema del Paese). Qualcuno fece la spia e Curzi pretese che la buttassimo via perché gli avevano telefonato da Viale Mazzini e non voleva fare la figura di quello che non conta. Minacciammo di non mandare in onda la trasmissione; poi ci sembrò un casus belli troppo modesto. Ma da quel momento nessuno, fuori della redazione, seppe più quello che stavamo preparando né Curzi poté mai avere la scaletta in anticipo.

Era una trasmissione scomoda per tutti, anche per i nostri presunti protettori, dai quali ci difendeva un successo di ascolto e di critica che continuò a crescere. “Il popolo”, quotidiano di un Partito gloriosamente scomparso, ci definì “nipotini delle Brigate Rosse” e non ricordo che la sinistra o i grandi giornali si sprecassero a difenderci. Anche perché la nostra posizione, strumentalizzata dal potere di allora (ricordate? Erano gli anni del Caf: Craxi, Andreotti, Forlani) era semplice: l’informazione è opposizione, non al Governo, ma al potere, dovunque esso sia. Si parlò di un nuovo linguaggio, su Samarcanda si fanno ancora tesi di laurea. Ma non era ancora un talk-show. Lo divenne sempre di più dopo che la collaborazione tra me e Santoro cessò, scomparve il marchio  iniziale e la trasmissione cominciò a chiamarsi Rosso e Nero, Raggio Verde, Moby Dick, ecc..

“L’inchiesta in diretta” divenne sempre più studio con dibattito. L’approfondimento cedette un po’ di spazio alla spettacolarizzazione. Era inevitabile; è la legge della “prima serata”. Altrettanto inevitabilmente Santoro rese progressivamente più evidente la sua vocazione di show-man, che al fondo c’era sempre stata, ma fino a un certo punto era stata contenuta da una rigida gabbia giornalistica. La trasmissione ha comunque sempre avuto una funzione importante; e mi dispiace di dover registrare questo finale. Era un segnale di resistenza all’arroganza e al conformismo. Ed è un gran brutto segnale che riesca al potere oggi quello che non riuscì allora. Brutto per la politica italiana e brutto per l’informazione.

Non discuto la professionalità di Santoro. Però preferisco un tipo di tv in cui si cerca la verità evitando l’ambiguità del dibattito alla pari. Ghedini (oggi giustamente addolorato) e Di Pietro che, sul tema della serata e su quant’altro, si scambiano insulti per un paio d’ore non aiutano lo spettatore a capire e finiscono per polarizzare le diverse opinioni più di quanto lo fossero già all’inizio. Mi piaceva di più quando l’ospite o gli ospiti, chiunque fossero, erano intervistati, senza accordi preventivi né genuflessioni, nella speranza che si riuscisse a fargli dire quello che non avrebbero voluto.  Ma è solo la mia opinione e posso capire i vedovi di Santoro.

Hanno torto infine quelli che dicono: resta solo la Gabanelli. Come e meglio della Gabanelli c’è in pista Riccardo Jacona con la sua Presa diretta, che è pur sempre nato e cresciuto a Samarcanda, e che era con me anche quando andammo realmente a Samarcanda, attraversando in auto tutta l’Urss di allora, da Mosca a Vladivostok. Era il 1989, di lì a pochi mesi sarebbe caduto il Muro. Ma non per merito nostro.

 

 

 

 


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