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I giornalisti italiani sono ormai 108.000
ma per la maggior parte si tratta di fantasmi
di Francesco De Vito
I giornalisti con un contratto di lavoro subordinato sono 20.087 e uno su tre ha un reddito annuo inferiore ai 30mila euro lordi. I giornalisti con rapporto di lavoro autonomo sono 20.213 e piĂš della metĂ (il 55,25 per cento) dichiara un reddito annuo inferiore ai 5mila euro. Gli uni e gli altri sono i giornalisti “visibili” e insieme costituiscono il 39,9 per cento degli iscritti agli Albi negli elenchi dei professionisti e dei pubblicisti. Il resto degli oltre 108mila iscritti all’Ordine sono âgiornalisti fantasmiâ e non hanno alcuna posizione presso lâInpgi, lâIstituto di previdenza. Eâ quanto risulta da unâaccurata ricerca condotta da Lsdi (acronimo di LibertĂ di stampa, diritto allšinformazione) incrociando i dati dellšOrdine dei giornalisti, dellâInpgi e del Sindacato e presentata nella Sala Walter Tobagi della Fnsi.
   La realtĂ che emerge è quella di una professione frammentata, allâinterno della quale tendono ad accentuarsi le differenziazioni di trattamento. Cresce la spaccatura tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, mentre questâultimo amplia il suo ruolo nellâindustria dellâinformazione. Ecco un dato impressionante. I trattamenti pensionistici erogati da Inpgi2, il settore previdenziale del lavoro autonomo, non superano, nel 63 per cento dei casi, i 500 euro lordi annui, mentre solo il 17,4 per cento è superiore ai 1.000 euro. Ma anche nel settore del lavoro subordinato la tendenza è alla divaricazione, con un progressivo impoverimento delle fasce medie di reddito. Ecco qualche dato. Fra il 2000 e il 2009 i redditi fra i 50 e i 60mila euro lordi lâanno sono scesi dal 10,13 al 7,77 per cento, quelli fra i 60 e i 70mila euro sono calati  dal 9,6 al 6,8 per cento e quelli fra i 70 e gli 80 mila dal 7,39 al 6,24 per cento. Quanto ai  redditi piĂš alti, invece, câè una crescita dal 9,54 al 12,5 per cento nella fascia tra i 90 e i 130mila euro e dal 2,8 al 6,22 per cento in quella superiore ai 130mila euro.
   Insomma, mentre nel lavoro dipendente assistiamo ad un impoverimento delle fasce piĂš basse, il lavoro autonomo è soltanto lavoro precario il cui reddito è vicino alla soglia di povertĂ e spesso anche al di sotto. E siamo sempre nel campo dei giornalisti âvisibiliâ. Per quelli âinvisibiliâ, che non risultano nemmeno iscritti allâInpgi2 e rappresentano piĂš della metĂ degli iscritti allâOrdine è peggio, salvo non si tratti di persone che svolgano altre professioni o abbiano altri impieghi. Per gli altri siamo alle collaborazioni pagate da 2,5 a 7 euro a pezzo.
   Viene spesso rivolto, ai giornalisti, lâinvito a tenere la schiena dritta. Ed è un invito giusto. Ma quale autonomia può avere un giornalista che vive in tali condizioni di precarietĂ ?
   Abbiamo sentito in piĂš di unâoccasione, da parte di rappresentanti delle istituzioni, che un giornalista precario è una contraddizione in termini. E tuttavia il giornalista precario esiste. Sarebbe il caso di andare oltre lâinvito alla schiena dritta. Prevedere, per esempio, che quegli editori che impongono cifre insultanti non abbiano diritto alle provvidenze che a titolo diverso lo Stato paga.
   Ma câè una riflessione che dobbiamo avviare anche noi. Allâorigine di un lavoro autonomo che è quasi esclusivamente lavoro precario câè innanzitutto la responsabilitĂ degli editori, che irresponsabilmente puntano su un lavoro a basso costo che porta in caduta libera la qualitĂ dellâinformazione. Ma câè anche una sproporzione enorme tra offerta di prestazione e mercato del lavoro. Quella metĂ di giornalisti definiti âinvisibiliâ sono per larga parte testimonianza di questa sproporzione.
    Per larga parte, gli âinvisibiliâ sono costituiti da pubblicisti. Su oltre 62mila solo 4.086 risultano iscritti allâInpgi come lavoratori dipendenti e 19.626 come lavoratori autonomi. Dei restanti 40 mila, una parte svolge prevalentemente altre attivitĂ e il resto dovrebbe vivere solo di collaborazioni giornalistiche.
   Ma anche lâElenco dei giornalisti professionisti, con una media di circa 1.500 persone che ogni anno accedono allšAlbo, risulta sproporzionato a fronte di un mercato del lavoro che riesce ad assorbirne meno di 400. Purtroppo, anche con quel percorso si può diventare âinvisibiliâ.
   Fino a una diecina di anni fa, allâesame professionale si arrivava prevalentemente con un contratto di lavoro dipendente e un praticantato di diciotto mesi svolto in unâazienda editoriale. I cosiddetti praticantati dâufficio erano unâeccezione e venivano riconosciuti per sanare situazioni di praticantato effettivo svolto in azienda senza che lâeditore lo riconoscesse. Ora è il contrario, lâeccezione è il praticantato in azienda e come praticantato dâufficio viene riconosciuto anche il semplice rapporto di collaborazione. Dallâesame professionale escono soprattutto giornalisti senza contratto di lavoro, che vanno a infoltire il settore del precariato o degli âinvisibiliâ.
   Non si tratta di introdurre un antistorico numero chiuso. Si tratta di ripensare i meccanismi di accesso allâesame professionale. Fin dal 2002 lšOrdine aveva elaborato una proposta che prevedeva un accesso fondato sulla laurea almeno triennale e un biennio di specializzazione in una Scuola di giornalismo. Quella proposta venne ulteriormente precisata nel 2008. Fatta propria da un gruppo di parlamentari di diverso orientamento, sembrò che dovesse avere un iter spedito. Ma come tante altre cose è entrata su un binario morto. E tutto fa pensare, purtroppo, che ci rimarrĂ .   Â
      Â
Tags: Inpgi, Lsdi, Ordine
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