Nov 08
LunedĂŹ
News
I giornalisti italiani sono ormai 108.000
ma per la maggior parte si tratta di fantasmi

di Francesco De Vito

I giornalisti con un contratto di lavoro subordinato sono 20.087 e uno su tre ha un reddito annuo inferiore ai 30mila euro lordi. I giornalisti con rapporto di lavoro autonomo sono 20.213 e piĂš della metĂ  (il 55,25 per cento) dichiara un reddito annuo inferiore ai 5mila euro. Gli uni e gli altri sono i giornalisti “visibili” e insieme costituiscono il 39,9 per cento degli iscritti agli Albi negli elenchi dei professionisti e dei pubblicisti. Il resto degli oltre 108mila iscritti all’Ordine sono “giornalisti fantasmi” e non hanno alcuna posizione presso l’Inpgi, l’Istituto di previdenza. E’ quanto risulta da un’accurata ricerca condotta da Lsdi (acronimo di LibertĂ  di stampa, diritto allšinformazione) incrociando i dati dellšOrdine dei giornalisti, dell’Inpgi e del Sindacato e presentata nella Sala Walter Tobagi della Fnsi.
   La realtà che emerge è quella di una professione frammentata, all’interno della quale tendono ad accentuarsi le differenziazioni di trattamento. Cresce la spaccatura tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, mentre quest’ultimo amplia il suo ruolo nell’industria dell’informazione. Ecco un dato impressionante. I trattamenti pensionistici erogati da Inpgi2, il settore previdenziale del lavoro autonomo, non superano, nel 63 per cento dei casi, i 500 euro lordi annui, mentre solo il 17,4 per cento è superiore ai 1.000 euro. Ma anche nel settore del lavoro subordinato la tendenza è alla divaricazione, con un progressivo impoverimento delle fasce medie di reddito. Ecco qualche dato. Fra il 2000 e il 2009 i redditi fra i 50 e i 60mila euro lordi l’anno sono scesi dal 10,13 al 7,77 per cento, quelli fra i 60 e i 70mila euro sono calati  dal 9,6 al 6,8 per cento e quelli fra i 70 e gli 80 mila dal 7,39 al 6,24 per cento. Quanto ai  redditi più alti, invece, c’è una crescita dal 9,54 al 12,5 per cento nella fascia tra i 90 e i 130mila euro e dal 2,8 al 6,22 per cento in quella superiore ai 130mila euro.
   Insomma, mentre nel lavoro dipendente assistiamo ad un impoverimento delle fasce più basse, il lavoro autonomo è soltanto lavoro precario il cui reddito è vicino alla soglia di povertà e spesso anche al di sotto. E siamo sempre nel campo dei giornalisti “visibili”. Per quelli “invisibili”, che non risultano nemmeno iscritti all’Inpgi2 e rappresentano più della metà degli iscritti all’Ordine è peggio, salvo non si tratti di persone che svolgano altre professioni o abbiano altri impieghi. Per gli altri siamo alle collaborazioni pagate da 2,5 a 7 euro a pezzo.
   Viene spesso rivolto, ai giornalisti, l’invito a tenere la schiena dritta. Ed è un invito giusto. Ma quale autonomia può avere un giornalista che vive in tali condizioni di precarietà?
   Abbiamo sentito in più di un’occasione, da parte di rappresentanti delle istituzioni, che un giornalista precario è una contraddizione in termini. E tuttavia il giornalista precario esiste. Sarebbe il caso di andare oltre l’invito alla schiena dritta. Prevedere, per esempio, che quegli editori che impongono cifre insultanti non abbiano diritto alle provvidenze che a titolo diverso lo Stato paga.
   Ma c’è una riflessione che dobbiamo avviare anche noi. All’origine di un lavoro autonomo che è quasi esclusivamente lavoro precario c’è innanzitutto la responsabilità degli editori, che irresponsabilmente puntano su un lavoro a basso costo che porta in caduta libera la qualità dell’informazione. Ma c’è anche una sproporzione enorme tra offerta di prestazione e mercato del lavoro. Quella metà di giornalisti definiti “invisibili” sono per larga parte testimonianza di questa sproporzione.
    Per larga parte, gli “invisibili” sono costituiti da pubblicisti. Su oltre 62mila solo 4.086 risultano iscritti all’Inpgi come lavoratori dipendenti e 19.626 come lavoratori autonomi. Dei restanti 40 mila, una parte svolge prevalentemente altre attività e il resto dovrebbe vivere solo di collaborazioni giornalistiche.
   Ma anche l’Elenco dei giornalisti professionisti, con una media di circa 1.500 persone che ogni anno accedono all¹Albo, risulta sproporzionato a fronte di un mercato del lavoro che riesce ad assorbirne meno di 400. Purtroppo, anche con quel percorso si può diventare “invisibili”.
   Fino a una diecina di anni fa, all’esame professionale si arrivava prevalentemente con un contratto di lavoro dipendente e un praticantato di diciotto mesi svolto in un’azienda editoriale. I cosiddetti praticantati d’ufficio erano un’eccezione e venivano riconosciuti per sanare situazioni di praticantato effettivo svolto in azienda senza che l’editore lo riconoscesse. Ora è il contrario, l’eccezione è il praticantato in azienda e come praticantato d’ufficio viene riconosciuto anche il semplice rapporto di collaborazione. Dall’esame professionale escono soprattutto giornalisti senza contratto di lavoro, che vanno a infoltire il settore del precariato o degli “invisibili”.
   Non si tratta di introdurre un antistorico numero chiuso. Si tratta di ripensare i meccanismi di accesso all’esame professionale. Fin dal 2002 l¹Ordine aveva elaborato una proposta che prevedeva un accesso fondato sulla laurea almeno triennale e un biennio di specializzazione in una Scuola di giornalismo. Quella proposta venne ulteriormente precisata nel 2008. Fatta propria da un gruppo di parlamentari di diverso orientamento, sembrò che dovesse avere un iter spedito. Ma come tante altre cose è entrata su un binario morto. E tutto fa pensare, purtroppo, che ci rimarrà.    
       


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