Nov 01
LunedĂŹ
La professione
Trasmettere gli interrogatori di Misseri
vuol dire violare i diritti della persona

di Vittorio Roidi

L’utilizzazione in tv della voce di Michele Misseri, registrata durante gli interrogatori per il delitto di Avetrana è qualcosa di nuovo nel panorama del giornalismo italiano. Supera, forse, i limiti di un corretto esercizio del diritto di cronaca. Mi domando se abbiano fatto una riflessione approfondita i giornalisti che hanno mandato in onda quelle domande e quelle risposte.

L’analisi deve cominciare dai valori che sono in gioco. Che sono tre: il diritto di ogni individuo ad essere ritenuto innocente fino alla sentenza e ad essere giudicato nel rispetto della sua persona; l’esigenza di fare giustizia e trovare le prove della responsabilità di chi ha ucciso Sarah Scazzi; l’utilità che l’opinione pubblica sia informata sulle indagini, anche prima che si apra il pubblico dibattimento, dopo il rinvio a giudizio.

Cominciamo da quest’ultimo punto. I codici italiani non prevedono la pubblicità durante la prima parte del procedimento penale. Può però essere conosciuto dai cittadini ciò che accade, attraverso la pubblicazione di notizie, che si riferiscano al contenuto degli atti giudiziari. Ciò riguardo agli atti dei quali le parti “possano avere conoscenza” (art. 329 del codice penale). La strada verso il processo deve essere percorsa rispettando i diritti della persona, ma anche offrendo all’opinione pubblica notizia di ciò che sta avvenendo. Quella persona può essere prosciolta di lì a poco e va protetta, ma non è neppure giusto che l’indagine sia “segreta”. Le notizie contenenti la sostanza di ciò che avviene possono essere diffuse. Questo il senso e gli obiettivi che il legislatore si è posto. Da questo punto di vista trasmettere l’audio dell’interrogatorio registrato va ben al di là di ciò che il Parlamento ha stabilito. E’ evidente che il “fare cronaca” scavalca sia il “fare giustizia”, sia l’obbligo di preservare la persona (ancora innocente) inquisita.

Il secondo punto: l’esigenza di fare giustizia. Qui non c’è alcun nesso. Non si vede ragione perché ai cittadini arrivino le domande, le risposte, i pianti, le imprecazioni, i singoli momenti dell’indagine che, la storia lo dimostra, può portare in direzioni ancora imprevedibili. Mandando in onda quell’interrogatorio si viola il diritto della persona alla riservatezza. Egli non sa neppure che sta parlando, piangendo, imprecando davanti al pubblico. Questa sì che è gogna mediatica. I mass media si impossessano di ciò che egli dice, ne fanno un uso strumentale e commerciale, a sua insaputa e contro i suoi interessi. Il “fare giustizia” non può avvenire in questo modo.

Il terzo punto è il diritto della persona. Pensiamo a Sabrina, invece che a zio Michele, che è reo confesso, anche se sta mischiando le cose che ha detto. La ragazza invece si difende e nega tutto. L’eventuale messa in onda degli interrogatori di Sabrina significherebbe dare in pasto ai cittadini ciò che per ora (e fino all’eventuale dibattimento) appartiene a lei, alla sua intimità, al suo modo e diritto di difendersi da una terribile accusa. La sua difesa deve avvenire con tutti i mezzi possibili e “non in pubblico”. Perché la legge prevede che solo durante il successivo dibattimento, se mai ci sarà, ella dovrà sostenere il peso dell’accusa ma anche gli occhi dei suoi concittadini (in qualche caso anche in presenza di telecamere. In questa fase del procedimento giudiziario Sabrina non può essere “esposta” al pubblico. Neppure alle sole orecchie dei cittadini.

Pensiamo cosa significherebbe se una tv venisse in possesso non solo dell’audio, ma anche del video, delle immagini dell’interrogatorio. Sarebbe un massacro. Quella persona verrebbe osservata, sezionata, giudicata, da milioni di individui, attraverso lo schermo tv, mentre si sta sottoponendo, per ora, solo alle domande dei poliziotti e dei magistrati.

Il giornalismo deve riflettere. Il diritto e il dovere di fare cronaca non possono condurre ad infrangere ogni limite. Il diritto della persona inquisita e il dovere dello stato di fare giustizia non possono essere calpestati da un’inesauribile voglia di alimentare la curiosità e la voracità del pubblico. La civiltà giuridica del nostro paese – che ha radici e valori rilevanti – non deve finire nella fossa orribile di un giornalismo che ritiene di essere onnipotente. Esiste un’etica dell’informazione che applica la Costituzione, la quale comprende l’art. 21 sulla libertà di espressione, ma anche il dovere di rispettare i diritti delle persone. Ai giornalisti il compito di coniugare questi due valori.


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