Lunedì
La professione
Chi ha paura dell’endorsement? Uno studio
sul rapporto fra giornali e politica
L’endorsement, la dichiarazione da parte del direttore di un giornale in favore di un partito o di un uomo politico, alla vigilia delle elezioni, è ancora un oggetto misterioso in Italia. E ciò a differenza di quanto avviene in molti altri paesi, soprattutto dell’area anglosassone. Uno dei pochi casi, quello di Paolo Mieli in favore di Prodi, nel 2006, provocò molte polemiche. Il perché è spiegato in uno studio di Aurelia Zucaro dell’Università La Sapienza di Roma.
L’informazione italiana è storicamente legata alla politica, spesso ne è condizionata ed è costretta sempre a fare i conti con l’influenza dei leaders. Lo hanno spiegato gli storici e i sociologi (Hallin-Mancini). In altre nazioni invece questo rapporto è più labile. Gli americani sono abituati a leggere l’opinione e la propensione elettorale dei direttori dei grandi giornali, che si fanno un vanto di una simile trasparenza. E’ ovvio che l’endorsement nulla toglie agli obblighi di verità e completezza della testata. E’ una dichiarazione di voto, che al di fuori di ogni ipocrisia, viene effettuata dal direttore, ben sapendo che essa non diminuirà affatto la credibilità e l’autorevolezza della testata. Lo studio di Aurelia Zucaro, ricorda decine di casi nei quali i giornali Usa hanno preso posizione pro o contro i candidati alle elezioni presidenziali. Uno studio documentato, che può essere molto utile a chi studia il rapporto fra informazione e politica.
Queste alcune conclusioni di Aurelia Zucaro:
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Obiettivo del lavoro di ricerca era dare risposta ad alcuni quesiti posti nella fase introduttiva. Ciascun capitolo è servito ad analizzare gli aspetti interessanti per l’analisi della pratica dell’endorsement in aree e contesti ogni volta diversi.
La sezione riguardante gli Stati Uniti ha fatto emergere un quadro caratterizzato da una grande democraticità nella pratica giornalistica, avulsa quasi in toto da legami con la politica o i poteri forti, tanto da rendere l’endorsement un appuntamento per i lettori, che dal giornalista attendono ragguagli e chiarimenti sui candidati, e per i politici stessi, che vanno in cerca dell’approvazione dei grossi quotidiani. La questione per il giornalismo americano, perciò, non riguarda tanto la diffusione o meno della pratica, che abbiamo visto essere un’abitudine tipica della stampa in ogni campagna elettorale, ma quanto tale abitudine abbia un effetto sugli esiti elettorali e, prima ancora, sull’andamento delle campagne. Alla luce dei risultati ottenuti dall’analisi del campione di quotidiani che hanno fatto endorsement nella campagna presidenziale 2008 è emerso un “effetto bandwagonâ€, ovvero è parso che di fronte all’ascesa inarrestabile del candidato Obama, l’appoggio della stampa diventasse maggiore. Tuttavia, non è escluso che i quotidiani storici e più autorevoli, dal New York Times al Washington Post, abbiano dato il via a quest’effetto con una preventiva serie di editoriali a favore del candidato moderato, specchio della linea del quotidiano. In altre parole, il livello di influenza della stampa autorevole americana ha peso maggiore nell’influenzare la stampa locale, ma non le idee dei cittadini. Gli americani, infatti, partono dal presupposto che i giornali svolgano il loro compito di “watchdog†nel principale interesse dei cittadini. Dunque, un’aperta dichiarazione di preferenza politica resta nell’ottica di un’opinione prettamente giornalistica (che il lettore è libero o meno di condividere), tanto più che è articolata sempre in una serie di argomentazioni puntuali che vanno a “spulciare†qualunque aspetto relativo al candidato in questione. Non si tratta di endorsement ‘ideologici’, ma di chiare e oneste valutazioni sulle capacità degli uomini in lizza a governare il Paese.
Diversa è la situazione per L’Europa. Costituito da paesi con caratteristiche estremamente differenti fra loro, il vecchio continente accoglie la pratica dell’endorsment con approcci peculiari a ciascun sistema politico-informativo. Come già Hallin e Mancini evidenziavano, infatti, l’Europa non ha un unico modello di giornalismo cui poter fare riferimento. Di conseguenze, anche la scelta di fare endorsemnt si inscrive nella più generale gestione dei rapporti tra politica e stampa che governi e redazioni europee riescono a stabilire. Il paese che più di tutti si avvicina al concetto di endorsement così come è inteso negli Stati Uniti, dunque al significato originale, è la Gran Bretagna dove la stampa si è esposta in diverse campagne elettorali, non ultima quella del maggio 2010, che ha visto la vittoria di David Cameron, conservatore. Le dichiarazioni di voto esplicito effettuate sui propri giornali da molti direttori, hanno voltato le spalle ai laburisti di Gordon Brown. Ad esempio così ha fatto il Guardian, che sempre aveva assunto posizioni progressiste e che ha preferito pronunciarsi in favore del giovane partito di Nicholas Clegg, perché a suo dire sarebbe apparso l’unico in grado di realizzare un vero cambiamento. Stesso vento sulle pagine dell’Indipendent e su quelle del domenicale Observer. Mentre il Times si è detto favorevole alla vittoria dei conservatori di Cameron, il direttore dell’Economist, il più grande settimanale britannico, dopo aver ricordato di aver appoggiato Tony Blair, in passato, si è detto certo che “in queste elezioni è prioritario ridurre il deficit pubblico e limitare la presenza dello stato. I conservatori sono intenzionati a farlo. Per questo scegliamo loroâ€.Favorevoli ai Tories, come abbiamo visto, sono stati anche il popolare Sun, il Daily Mail e il Sunday Express. Fedeli al Labour sono rimasti il Daily Mirror e il Sunday Mirror. Dunque la maggior parte della stampa inglese ha scelto di dichiarare apertamente quale sarebbe stata la propria posizione politica.
Un approccio differente è quello adottato dalla stampa francese che, molto vicina alla tipologia italiana, più che fare veri e propri endorsement, ha una connotazione politica definita già nelle singole testate. Ed è proprio dai quotidiani nazionali che arrivano critiche o lodi ai politici in gara, con lo sforzo di alcune testate (vedi Le Monde) in particolare che, nonostante le storiche affinità politiche, cercano di mantenere il proprio giudizio indipendente dalle simpatie di schieramento. Non è un caso che, seppur simile al modello italiano per il grado di parallelismo politico, il giornalismo francese riesca a mantenere una maggiore autonomia, perché tutelato da un sistema di leggi sulla stampa che non prevede un intervento massiccio del governo nelle decisioni fondamentali per il sistema informativo. Già dagli anni Ottanta, infatti, la Francia allontanò in modo significativo il controllo del governo sui media con la formazione del Conseil Supérieur de l’audiovisuel (Csa) nel 1989, i cui membri sono nominati per un terzo dal presidente della Repubblica e un terzo ciascuno dai presidenti di Senato e Assemblea nazionale. Una formula ricalcata su quella usata per la Corte costituzionale. Un terzo dei membri, poi, è sostituito ogni due anni, spezzando il legame tra le nomine del Csa e la formazione dei governi, che tendono anche a preferire in ogni caso la competenza rispetto all’appartenenza politica.
La Spagna è invece tra le nazioni con il maggior grado di parallelismo politico che in controtendenza rispetto al resto d’Europa è aumentato notevolmente negli ultimi decenni del XX secolo, sfociando in una divisione del sistema dei media in due campi contrapposti. Gli endorsement dei due maggiori quotidiani, El Mundo e El Paìs, devono fare i conti con l’essere tradizionalmente associati ai due poli opposti del sistema governativo spagnolo, l’uno vicino al centrodestra, l’altro al centrosinistra. Tuttavia, è da riconoscere che il tipo di impostazione giornalistica dei due fogli, molto attenta all’inchiesta e all’approfondimento, permette loro di sfuggire al rischio di una strumentalizzazione da parte dei candidati, che sanno bene quanto sia difficile riuscire a fare dei due quotidiani iberici un megafono di propaganda. Probabilmente, proprio la feroce concorrenza tra El Mundo ed El Paìs, garantisce a entrambi un alto livello di professionalizzazione che rende i contenuti attendibili (comprese le dichiarazioni di appoggio elettorale) agli occhi dei lettori, non solo spagnoli.
La Germania, infine, presenta una stampa che si muove in generale declino del parallelismo politico, con invece una forte tendenza verso i media pigliatutto o “omnibusâ€, radicata molto più nel mercato che nel mondo politico. Il netto incremento dei giornali indipendenti rapportato a quelli politicamente schierati deriva dalla concentrazione del mercato editoriale, anche se non mancano opinioni che ritengono i giornalisti tedeschi fortemente politicizzati. Quello che è certo è che la stampa tedesca raramente cela un’opinione sull’andamento della politica nazionale (o sulle gestione della politica estera)e non lesina commenti anche pesanti sull’operato dei propri capi di governo. Alcuni studiosi (Kocher e Donsbach) hanno rilevato che i giornalisti tedeschi tendono ad avere un orientamento “missionario†che riguarda l’espressione delle idee e la formazione di opinioni. In termini di contenuto, Kindelmann nel suo studio sulla copertura delle lezioni al Bundestag tedesco del 1990, pone in evidenza come i maggiori giornali tedeschi abbiano inclinazioni chiaramente identificabili attraverso le modalità della loro copertura di partiti e candidati. In altre parole, i giornali tedeschi non appoggerebbero direttamente i partiti politici durante le campagne elettorali, ma la loro posizione diventerebbe facilmente riconoscibile da un analisi delle informazioni contenute nei fogli. Persino il tabloid Bild, differisce dalla stampa britannica sotto questo aspetto: sebbene sia conosciuto come giornale palesemente della destra politica e veicoli giudizi di valore sui candidati politici in termini più espliciti di qualunque altra testata tedesca, non proclama apertamente le proprie simpatie (il suo motto è “Unabhangig-Uberparteilish†– “indipendente-imparzialeâ€).
L’analisi degli endorsements americani ed europei ci ha poi permesso di approcciarci allo studio del comportamento della stampa italiana in campagna elettorale, con un bagaglio di informazioni tali da permettere confronti e agevolare la comprensione di alcune dinamiche, appunto tipicamente italiane. Una delle prassi più diffuse dell’area mediterranea, e dell’Italia in particolare, è l’uso dei media come strumenti per intervenire nel mondo politico. Diverse sono le possibilità di strumentalizzazione: i media legati ai partiti politici hanno ovviamente anche questa funzione e certamente durante i periodi elettorali questo settore giornalistico avrà un comportamento in linea con le disposizioni del partito di appartenenza. Ma la questione per l’Italia è un’altra, e cioè riuscire a identificare quali giornali siano effettivamente organi di partito (come furono in passato Liberazione, Lotta Continua, L’Unità , L’Avanti, ecc…) e quali invece abbiano una linea tecnico-politca da organo di partito, ma uno status formale di quotidiani indipendenti. In quest’ottica, una politica redazionale scevra da ogni censura o omissione di idee, per non recar disturbo ai vertici editoriali, riuscirebbe ad agevolare la distinzione cui accenniamo sopra. L’endorsement, poi, diverrebbe strumento principale della categorizzazione, poiché farebbe uscire allo scoperto, rendendole finalmente innocue, le tante dinamiche di potere e di scambi di favori, che soggiacciono spesso alle simpatie elettorali. Appoggiare pubblicamente un candidato, senza ricevere l’ondata di polemiche che capitò al direttore Mieli nel 2006, permetterebbe a direttori e giornalisti di aggiungere una tacca all’indipendenza della propria professione, all’esercizio della propria libertà d’espressione e di stampa e alla costruzione di un’autorevolezza che ogni quotidiano dovrebbe riuscire ad ottenere per essere garante della democrazia nel proprio paese. Scegliere di dire, piuttosto che dire senza scegliere, non potrebbe che migliorare la qualità dell’esercizio della professione giornalistica in Italia, dove diventa sempre più difficile rimanere indipendenti e dove le leggi sulla stampa sono soggette sempre più spesso a tentativi di restrizione delle libertà . Dunque, per far diventare la pratica dell’endorsement una abitudine non solo accettata, ma anche attesa da cittadini e politici, è necessario risolvere i problemi presenti a livello normativo: eliminare lo strumento intimidatorio della querela penale per diffamazione, rendendo il passaggio intermedio della richiesta di rettifica un passaggio obbligato; modificare la consuetudine del cambio di guarda ai vertici direzionali delle testati, in corrispondenza di quelli politici; infine, ripristinare il ruolo della stampa come sede della libera espressione e strumento di tutela e guida della vita democratica dei cittadini. Solo così, la scelta di campo fatta da un giornale non sembrerà incongrua rispetto alla normale gestione della linea politica che ogni giorno vuole che i giornalisti facciano una scelta, decidendo cosa i lettori debbano sapere o meno. Nulle di strano, allora, se incominciassero anche a dire chi varrebbe la pena sostenere alle porte di un’elezione. Senza togliere che l’ultima parola resta sempre all’elettore, in futuro magari più consapevole di chi e cosa sta andando a votare, quale potere sta decidendo di attribuire e quindi quale grande peso abbia il suo voto.
http://www.giornalismoedemocrazia.it/wp-content/uploads/2010/11/zucaro_tesi-endorsement_.doc
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Tags: Mieli, Prodi
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