Ott 19
Martedì
La professione
Fini, Berlusconi e le società off shore:
i giornalisti non sempre aiutano i lettore

di Giovanni Mantovani

Il dramma forse più angosciante del giornalismo moderno è quello che potremmo definire il pasticcio delle competenze o la confusione degli ambiti. Facciamo qualche esempio a caso dalle ultime e più appetitose vicende: la famosa casa di Montecarlo e il complesso di Antigua. I due schieramenti che si fanno la guerra dei dossier si sono sparati ad alzo zero con accuse che di fronte all’opinione pubblica si vogliono far apparire come equivalenti. Fini ha sbagliato o si è lasciato prendere per il naso dal cognato e ha venduto una casa del partito a società off shore (significa “fuori dalle acque territorialiâ€)? E Berlusconi, allora, che ha comprato case e terreni da società off shore senza nessuna trasparenza?

La gente pensa che sia più o meno la stessa cosa: non c’è in ambedue i casi quella formuletta magica di mezzo, appunto “off shoreâ€? Non è la stessa cosa. Se Fini ha sbagliato, il suo è un caso analogo al nepotismo politico. Per Berlusconi si tratta invece di un acquisto (fino a prova contraria) legittimo, che al massimo può essere stigmatizzato sotto la forma di costituzione di capitali all’estero. Che abbia trafficato con società off shore non è illegale, come non lo è nel caso di Fini. Che la proprietà di Berlusconi sia nascosta sotto filiere di società fantasma non è illegale; il problema è di capire di dove gli sono arrivati i soldi con i quali ha avviato le sue attività. Certo la poca trasparenza non è una buona regola per un politico, ma si tratta di una questione di opportunità su cui dovrebbero giudicare gli elettori (se ci capissero qualche cosa; e qui il nostro giornalismo di inchiesta non aiuta. Anche i servizi meglio confezionati sono per lo più incomprensibili dal punto di vista economico finanziario, dal che si capisce che gli stessi autori non ci capiscono nulla o quasi).

Altro esempio: la magistratura indaga il Giornale per un’intercettazione casuale che coinvolge un giornalista un po’ fregnone e molto chiacchierone. E’ un’evidente esagerazione. Il dialogo tra Arpisella e il vicedirettore del Giornale non è scherzoso, non del tutto; ma non è neanche minaccioso. Fa parte di quei rapporti poco chiari e poco limpidi tra mondo del giornalismo economico e mondo economico che tutti conosciamo bene. Fa parte dell’informazione italiana inquinata, impura, contaminata, dove giornalismo, interessi politici ed economici a un certo livello si confondono in un pout pourri un po’ stomachevole. Non è sempre così, non dappertutto, ma molto spesso. Che c’entra la magistratura? Veramente una come la Mercegaglia può sentirsi minacciata? O ci fa? E come mai non va subito dal giudice ma telefona a Confalonieri, oltretutto accettando il suggerimento che le viene proprio dal Pr del nemico Mediaset? Non ha tutto l’aspetto di un giochetto un po’ poco pulito, in cui ciascuno cerca di apparire più forte di quello che è?

Naturalmente la solidarietà agli indagati si spreca; falsa e ipocrita, perché il giudice ha sbagliato ma loro hanno fatto di peggio.

Poi la Finanza arresta un sottufficiale che infiltrava il sistema anticrimine del Corpo per fornire a un giornalista del Giornale materiale “sensibile†su nemici di Berlusconi. E anche qui, scandalo. Il giornalista è indagato. Tutto il centro-destra insorge. Quanta roba è uscita illegalmente dalle fonti istituzionali per favorire la stampa “progressista†(curioso, adesso la chiamano progressista, non più comunista) senza che gli organi di garanzia facessero una piega?  Vero. L’errore è indagare il giornalista, che in fondo fa solo il suo mestiere. Che poi raccogliere notizie dovunque si trovino per informare il pubblico e raccontare la verità non sia la stessa cosa che prezzolare qualcuno per allestire campagne diffamatorie o ricattatorie è un altro paio di maniche; non si possono certo fare processi alle intenzioni; bisogna che siano i fatti a parlare e la gente a capire.

Ma che il finanziere debba essere carcerato ci sono pochi dubbi. La cosiddetta stampa progressista ha sempre sostenuto che se c’è una violazione del segreto non può mai essere imputata al giornalista, ma a chi quel segreto deve custodire.

L’impressione è che l’interesse politico favorisca una grottesca confusione degli ambiti i cui tutti si ficcano irresponsabilmente complicando ancora di più le cose. I giudici per primi dovrebbero pensarci duemila volte prima di aprire fascicoli che non porteranno a nulla. Sia per i politici che per i giornalisti non deve valere nessuna immunità, ma occorre che si impari a distinguere bene dove c’è la possibilità concreta di un reato e non invece una deviazione dalla etica professionale, condannabile ma non perseguibile a meno di impostare processi alle intenzioni. Purtroppo nel costume che prevale queste possibilità sono frequentissime, ma a maggior ragione dovrebbero essere indagate con grande freddezza, rinunciando magari a qualche vantaggio mediatico.

E d’altra parte gli organismi professionali – soprattutto quelli dei giornalisti – dovrebbero essere molto più vigili e incisivi, difendendo la loro prerogativa di autogoverno e di autoregolamentazione ma anche tutelando la professionalità vera e castigando le forme scorrette o addirittura deviate in modo da evitare alla magistratura quelle improvvide entrate a gamba tesa che finiscono per danneggiare la credibilità sia del terzo che del quarto potere. Non dimentichiamo che nella crisi profonda di credibilità che la politica si è guadagnata, magistratura e informazione sono più che mai pilastri insostituibili  di una vera democrazia.

 

 

 


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