Lug 24
Sabato
La professione
Autocritica, chiede Napolitano ai giornalisti
ma pochi sembrano accogliere l’invito

di Giovanni Mantovani

Il Presidente della Repubblica, nel ricevere il tradizionale ventaglio offerto dai giornalisti parlamentari, ha parlato di “considerazioni critiche†nei confronti dei giornalisti e di “..autocritica per responsabilità ed errori che non si intende negareâ€; “considero positiva – ha aggiunto -  questa apertura, cui si vorrà certo dare coerentemente seguito.†Si riferiva, nel primo caso, alla relazione presentata pochi giorni fa al Parlamento dal Presidente dell’Agcom, Calabrò e nel secondo all’intervento pronunciato poco prima dal Presidente dell’Associazione stampa parlamentare, Terzulli. Che cosa abbia detto Terzulli non lo sappiamo, perché i nostri colleghi degli organi quotidiani di informazione non ne hanno riferito e il sito dell’Associazione è in costruzione. Il sito dell’Ordine nazionale riferisce della cerimonia e riporta genericamente quanto citato sopra, ma senza commentare. Sui giornali, l’accenno all’autocritica è quasi ignorato. Vi fa cenno fuggevole Sergio Romano nell’editoriale del Corriere.

Calabrò, nella sua relazione ha citato il Trattato di Lisbona che “include tra i diritti fondamentali dell’Unione il rispetto della dignità umana e della vita privata e familiare nonché il diritto a un processo equoâ€. Più avanti ha precisato che “ La via che l’Autorità ha privilegiato è quella dell’autogestione. In base al Codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione in TV di fatti relativi a indagini e processi in corso, l’apposito Comitato - costituito dai rappresentanti delle emittenti televisive ma anche dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa e presieduto da un ex presidente della Corte costituzionale - ha richiamato l’esigenza di attenersi alla veridicità, alla completezza, all’imparzialità ed al rispetto del contraddittorio, verificando e garantendo che i fatti e le circostanze rappresentati trovino rispondenza obiettiva in fonti suscettibili di riscontro, secondo le varie fasi delle indagini o dei processi.â€

Come si vede non c’è granché; ovvietà sempre ripetute. Per di più Calabrò sembra avere in mente soltanto i talk show invisi al cavaliere. Non può essere sfuggito a un uomo della finezza di Napolitano quanto queste “considerazioni critiche†fossero poco significative. Forse il suo accenno richiamava dichiarazioni altrui soprattutto perché non voleva essere lui in prima persona a criticare i giornalisti.

Sicché adesso la palla è a noi. Che cosa significa questa critica nel momento in cui siamo appena - e non del tutto  - sfuggiti a un trappolone come la nuova normativa sulle intercettazioni? Perché Napolitano non ha ricordato che soprattutto grazie alla mobilitazione di una parte significativa dei giornali si è arrivati al compromesso che sembra piacergli tanto (al punto da lodare il lavoro del Parlamento; quasi che si fosse visto uno di quei bei dibattiti di una volta, e non una sorda trattativa nelle stanze della Commissione presieduta dalla benemerita Giulia Bongiorno)?

Di quali colpe ci si accusa? Intemperanza nella pubblicazione delle intercettazioni; su questo possiamo certamente convenire. Viene a proposito la citazione del Trattato di Lisbona quando parla della “dignità umana e della vita privata e familiareâ€. Tuttavia tenendo presente che il primo tutore della dignità umana è il titolare; se lui per primo ne fa scempio, che si pretende dai giornalisti? E chi vuol intendere intenda.

Quando poi si passa alle categorie citate da Calabrò il discorso diventa più delicato. “Veridicità, completezza, imparzialità e rispetto del contraddittorio†sono criteri che ogni giornalista ha ben presenti. Il guaio è che bisogna interpretarli, perché non sono teoremi matematici. E chi li interpreta? La politica? Facciamo solo un esempio: il rispetto del contraddittorio. Nelle mani della politica è diventato un bavaglio: la par condicio applicata alla lettera da un notaio pignolo e diffidente. Come si fa a riferire un fatto di cronaca o uno scandalo facendo parlare tutti contemporaneamente? I talk show non mi piacciono proprio perché questo fanno; e in genere male. Come si fa a sospendere il dibattito politico perché ci sono le elezioni e limitarlo alle tribune in cui i delegati delle segreterie vanno a ripetere come pappagalli quello che gli hanno detto di dire?

L’autocritica è una istituzione che va bene per le organizzazioni totalitarie. Fa autocritica il papa per i peccati passati e presenti della Chiesa. Facevano autocritica i comunisti che si erano lasciati traviare e avevano adottato una linea politica sbagliata. Spesso, ai tempi di Stalin, l’autocritica era l’anticamera della Siberia o della fucilazione. Ai tempi dell’Inquisizione era l’anticamera del rogo.

Non è quello cui ci invita Napolitano, che di certo soffre per la necessità sua di dover essere, come ha detto, “magistrato di persuasioneâ€. Probabilmente vorrebbe una stampa più avvezza alla persuasione che allo scontro; e non gli si può dare torto. Molti di noi vorrebbero un giornalismo meno gridato, più riflessivo, più approfondito, più documentato, meno servo degli interessi pubblicitari e di editori in conflitto di interessi (chi più, chi meno, lo sono tutti).

Se questa è un’autocritica, credo che gran parte della professione la sottoscriverebbe. Fino al momento, però,  di fare il titolo della prossima notizia. E allora sarà di nuovo: “scontro, bufera, battaglia…â€, saranno di nuovo bisbigli, indiscrezioni, malignità, calunnie.

E’ la stampa, Presidente! Ma è anche la vita.

 

 

 

 


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