Giu 11
Venerdì
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Arriva la legge che reintroduce la censura
quella respinta durante Tangentopoli

di Vittorio Roidi

Tutto cominciò con Tangentopoli, non dimentichiamolo. Fu allora, nel 1992, pochi mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, che all’interno della classe politica cominciò a circolare l’idea di limitare l’informazione, di impedire che gli scandali, la corruzione, le ruberie potessero essere raccontati agli italiani. Il grande bavaglio fu inventato allora, all’interno della Commissione Giustizia della Camera, da un gruppo di deputati guidati da Giuseppe Gargani. E’ storia. In quei mesi fu elaborata la norma che voleva vietare ai giornali di pubblicare i particolari delle inchieste: “fino alla fine delle indagini preliminariâ€. E’ quello che dice la legge Alfano e che si realizza 18 anni dopo, all’interno di una classe politica ancor più illiberale, infastidita dalla libertà di stampa, decisa a trovare un modo per impedire che la gente sappia. Come? Con una legge che impone una censura preventiva: certe cose non si possono pubblicare. Come se non esistesse l’articolo 21 della Costituzione, come se non fossimo mai stati liberati dall’oppressione, come se la democrazia fondata sulla libertà di stampa potesse piegarsi di nuovo ad un regime autoritario. Ancorché fondato sulla volontà di una maggioranza. Ma non era nato così anche il fascismo?

Nel 1993, il disegno di legge Gargani fu bloccato appena in tempo, da pochi parlamentari illuminati e dalla volontà della Federazione della Stampa di portare la questione sul terreno deontologico. “Non si faccia una legge: i giornalisti approveranno una Carta dei Doveri, che li guiderà durante il racconto dei fatti giudiziari e li obbligherà a ricordare, come primo punto, il diritto alla presunzione di innocenza di ogni cittadinoâ€. Così avvenne. La libertà di stampa fu salvata perché la discussione fu trasferita sul terreno dell’etica. Non norme obbligatorie, censorie, illiberali, ma il richiamo alla professionalità e alla coscienza di chi esercita il diritto di cronaca e sa che il racconto dei fatti giudiziari deve rispettare il diritto all’onore delle persone coinvolte nell’inchiesta.

Stavolta non è andata così e probabilmente non c’è più tempo affinché ci si ricordi del valore della libertà di stampa. Oggi, il pretesto sono state le intercettazioni telefoniche che, per la verità, molti direttori avevano sottovalutato. Perché è vero che tantissimi virgolettatti, magari inutili ma un po’ pruriginosi, sono stati messi in pagina con atteggiamento di sufficienza. Tanto c’è la libertà! Tanto le sanzioni sono irrisorie!

Ora invece, dietro il desiderio di bloccare le intercettazioni, come se tutta l’Italia fosse costantemente spiata, si compie il misfatto che venne evitato nel 1993. Arriva la censura. E siamo agli scioperi, alle pagine bianche o listate a lutto. Ora sono scesi in campo anche gli editori giustamente preoccupati dalle multe per centinaia di migliaia di euro. Ma la maggioranza di governo non ci sente. E’ emerso lo spirito di profonda il liberalità di un premier e di una classe di governo che ritiene di essere legittimata, grazie ai voti ottenuti, a calpestare qualsiasi regola del vivere civile. Mai il rapporto fra giornalismo e democrazia (in nome del quale alcuni giornalisti due anni fa hanno dato vita a questa associazione e a questo sito) aveva raggiunto un punto così basso, Da quando è nata la repubblica, da quando è nata la Costituzione.

E solo alla Costituzione oggi possiamo appellarci. Non si può che strillare forte, non si può che scendere nelle piazze e chiedere che la Suprema Corte cancelli un obbrobrio come questo, intollerabile e inaccettabile. Perché la Costituzione –proprio come il terzo emendamento alla Carta degli Usa - vieta che una legge possa abolire il diritto dei cittadini ad essere informati. Si chiama censura.


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