Venerdì
La discussione
Perché sulle scuole c’è il controllo
dei rappresentanti dei giornalisti?
di Giovanni Mantovani
Le ultime vicende sugli stage delle scuole di giornalismo e la controversia tra Ordine e Sindacato, comunque vadano a finire le cose, dimostrano a mio parere che qualche cosa di essenziale deve cambiare nel sistema se si vuole che riacquisti un minimo di credibilità. Allo stato dei fatti non ne ha più nessuna. Potranno essere state qualche volta scomposte le reazioni degli studenti, che si sono sentiti traditi nelle loro aspettative, ma come dargli torto nella sostanza? Due anni di corso, costosi e faticosi (se la Scuola è una buona scuola) e poi essere lasciati in mezzo al guado; o magari in extremis rimediare uno stage così così, perché le grandi testate non possono o non vogliono offrirne.
E magari vedersi passare sotto il naso gli studenti di scuole non dell’Ordine, o dei corsi universitari di scienza della comunicazione, i quali, non avendo impedimenti, possono fare tutti gli stage che vogliono.
Il primo punto che mi sembra chiaro, anche se quello dove sarà più difficile che le cose cambino, è che la formazione non può essere gestita da organi politici (per politici intendo quelli che sono governati da organi elettivi). Il motivo è semplice; chi è eletto deve farsi portavoce degli interessi di chi lo elegge ed è giusto che così sia; ma chi elegge non ha nessun interesse a che nuove leve di professionisti con buona formazione siano ammessi all’esercizio della professione. Dovrebbe essere un santo o un filosofo platonico; e nella nostra categoria non abbonda nessuna delle due specie.
Come si potrebbe risolvere il problema? Basterebbe delegare il controllo sull’intero sistema scolastico a un organo terzo, indipendente, costituito di esperti nominati al di fuori della categoria giornalistica, o almeno contenente diverse componenti, come per esempio giornalisti, direttori di scuole accreditati e rappresentanti degli editori. Questo organo dovrebbe sorvegliare la qualità della formazione, non con normative soffocanti ma con verifiche ex post, basate su criteri oggettivi; e dovrebbe anche controllare, sempre con verifiche successive, l’andamento degli stage.
Qualcosa del genere esiste, ed è l’Agcom; recenti vicende di cui tutti siamo fin troppo consapevoli hanno minato alla base la credibilità di questa Autorità che la legge vorrebbe indipendente, ma queste vicende denunciano più un vizio specifico della politica di oggi (il conflitto di interessi) che una carenza istituzionale; e non sarebbe difficile, se lo si volesse, riportare ordine e moralità.
Il secondo punto da affrontare è la consistenza degli stage. Perché uno stagista non può “produrre”? Come si può negare a un giovane collega che ha un tesserino professionale in tasca di fare il mestiere che ha scelto? Che senso ha istituire due categorie di praticanti: quelli che non vengono dalle Scuole di giornalismo e possono fare tutto e quelli che possono solo stare a guardare o addirittura, come non ci si è vergognati di scrivere, “simulare”? Il praticante che esce da una Scuola ha uno statuto speciale, fissato in una convenzione tra la Scuola e la testata, che non gli consente di rivendicare in futuro assunzioni o collaborazioni. Non in base al praticantato. Qualunque cosa se la dovrà guadagnare sul campo. Perché legargli le mani? O si pensa veramente che una testata possa risolvere i suoi problemi occupazionali con gli stage?
E ancora: che senso ha stabilire che le aziende in crisi non possono offrire stage? Può averne uno solo: il sospetto della truffa. Cioè si immagina che una azienda editoriale, per rimettere in sesto il bilancio, licenzi giornalisti e offra stage a gogò. A parte che c’è sotto il solito vizio mentale italiano di presupporre sempre la male fede (spesso vizio tipico di chi è abitualmente in mala fede), ma come si può immaginare che un editore serio, ma anche solo semiserio, sia così stupido da escogitare un trucco con gambe così corte? Quanto a lungo potrebbe funzionare una truffetta del genere? E quando finiscono gli stage, che notoriamente durano due mesi, che si fa?
Il terzo punto è la durata degli stage. Il Quadro di indirizzi dell’Ordine stabilisce che non possono durare più di due mesi ogni anno di corso; quindi quattro mesi in tutto. Inoltre vieta di fare stage nei mesi di luglio e agosto. Qui ci sono due problemi pratici e uno di principio. Vediamo subito quello di principio; l’Ordine, quando adotta questa norma, a mio parere tradisce la sua missione e invade il campo del sindacato. So bene che è stato proprio il sindacato (sono poi alla fine sempre le stesse persone; ahi, conflitti di interesse!) a propiziare idee del genere, ma questo non cambia la sostanza del problema. L’Ordine ha il compito di garantire che la professione sia svolta secondo regole di professionalità, moralità e correttezza. Non ne ha altri. Perché si immischia nelle questioni che riguardano il problema dell’occupazione? In base a quali presupposti? Dove è scritto, nella legge istitutiva e in tutte le altre normative, che può vietare gli stage?
E veniamo ai problemi pratici: come si concilia la normativa che limita variamente gli stage con il dettato della legge che stabilisce la continuatività del praticantato? Che cosa debbono fare a luglio e agosto i poveri praticanti delle Scuole? Si è ventilato, con la solita superficialità di chi non ne capisce nulla, che le Scuole in quei due mesi potrebbero riaprire i battenti. Con quali costi non si immagina neanche, ma c’è soprattutto una incongruenza nei tempi. Lo stesso Quadro prescrive che si facciano 1000 ore di Scuola l’anno; l’esperienza e un po’ di aritmetica elementare dimostrano che, poiché la Scuola deve riprodurre (attenzione! non simulare) il modello produttivo delle testate, un anno di Scuola si sviluppa su una durata di 5-6 mesi. E poi? Calcolando le festività e un periodo che potremmo considerare ferie, restano due o tre mesi l’anno che il praticante non svolge – non gli è permesso - praticantato.
E ancora: che cosa sono mai due miseri mesi di stage ogni anno? Se li avrà passati tutti e due in una sola redazione il praticante alla fine avrà avuto un contatto assai ridotto con le molteplici attività che la professione oggi richiede. Se poi avrà fatto due stage della durata di un mese ciascuno, avrà avuto appena il tempo di prendere confidenza con le varie realtà lavorative in cui si sarà trovato inserito. Ha senso? E tutto questo mentre i suoi “concorrenti” o di Scuole e Corsi non convenzionati con l’Ordine e delle Università, avranno avuto tutto il tempo di farsi conoscere e magari di farsi un’esperienza migliore della sua.
Queste osservazioni riguardano il sistema in vigore e partono dall’ipotesi che possa cambiare. Ma c’è altro da dire, perché questo sistema, a mio parere, è vecchio e superato. Ne parlerò in un capitolo successivo.
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