Feb 08
Lunedì
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Immigrazione: quando gli stereotopi diventano notizie

di Monica Nardini

Il giornalismo italiano deve rimettersi in discussione per poter garantire un’informazione di qualità sul tema dell’immigrazione. La prevalenza delle testate propone un’immagine degli stranieri riduttiva e stereotipata, che non lascia spazio ai punti di vista delle minoranze ed è viziata da “valori-notizia” e vocaboli dal carattere discriminante. Lo rivela la prima Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani, realizzata dalla Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Roma “La Sapienza”. I ricercatori hanno monitorato le notizie proposte nel primo semestre del 2008 da sette telegiornali nazionali e da un campione di quotidiani di diverso orientamento. E le conclusioni a cui sono giunti pongono seri interrogativi sulle responsabilità del giornalismo italiano e sulla sua capacità di raccontare le dinamiche della società moderna. Dall’analisi del materiale raccolto, per esempio, è emerso che stampa e televisione tendono a esaltare gli aspetti più problematici e inquietanti del fenomeno migratorio e a concentrarsi sulle dimensioni dell’emergenza e della sicurezza. Nonostante la società sia in continua evoluzione, l’immagine dell’immigrazione fornita dai mezzi d’informazione “appare statica, sempre ancorata – come si legge nella sintesi del rapporto – a modalità, notizie e stili narrativi e a tic e stereotipi esasperatamente uguali”. E risulta tale da almeno una ventina d’anni – precisano i ricercatori – se si confrontano precedenti rilevazioni in merito.

Gli immigrati, essendo visti soprattutto come un problema da risolvere, sono associati prevalentemente a fatti di cronaca nera o giudiziaria. Vengono presentati soprattutto come autori o vittime di reati e più facilmente degli italiani se coinvolti in fatti particolarmente brutali. Spesso sono sovraesposti riguardo all’atto criminale, ma trascurati nella fase processuale, nella quale potrebbero essere chiarite le loro responsabilità e approfondita la loro storia. Nel dibattito pubblico, inoltre, è stata rilevata una netta sproporzione fra lo spazio offerto ai politici e quello dedicato ad altri soggetti interessati allo stesso, come i rappresentanti delle comunità straniere, dell’associazionismo o delle forze dell’ordine e della magistratura. Delle persone straniere, dunque, viene presentato spesso un ritratto a “senso unico” e a “un’unica voce”.

Un ritratto dove, tra l’altro, prevalgono alcune caratteristiche: l’immigrato “tipo”, infatti, di solito è un criminale, di sesso maschile e con una personalità appiattita nel solo dettaglio della nazionalità o delle origini etniche (precisato spesso nei titoli). Su oltre 5600 servizi televisivi considerati, solo 26 hanno affrontato il tema dell’immigrazione senza legarlo a un fatto di cronaca o alla questione sicurezza ma considerando altri aspetti del fenomeno, come l’integrazione e la solidarietà sociale.

Motivo di riflessione è inoltre il linguaggio giornalistico, che comprende alcuni vocaboli considerati discriminatori. Tanto che da tempo diversi professionisti dell’informazione si sono attivati per sensibilizzare la categoria al riguardo. Su Internet, per esempio, più di 250 persone hanno aderito alla campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella)”, lanciata nell’estate del 2008 dal gruppo “Giornalisti contro il razzismo”. I firmatari dell’appello si sono impegnati a non utilizzare, oltre all’inflazionata parola “clandestino”, i termini “extracomunitario”, “vu cumprà”, “nomade”"e “zingaro”, giudicati stigmatizzanti e dequalificanti (leggi il perché nell’apposito glossario vademecum). Termini che possono essere sostituiti da espressioni più neutre: “clandestino”, per esempio, da “irregolare” o da “richiedente asilo”; “extracomunitario” da “non comunitario”; “vu cumprà” da “venditore”, e così via.

Nel sito della campagna, inoltre, chiunque può segnalare casi di cattiva informazione. L’iniziativa ha l’obiettivo di promuovere un consumo critico delle notizie da parte dei cittadini e, di conseguenza, lo sviluppo di una pressione della società civile sulle redazioni che possa bilanciare quella esercitata dai poteri politici. “Molti colleghi – si legge nel sito – per senso di impotenza o quieto vivere, preferiscono assecondare il clima di paura che viviamo anziché assumersi la responsabilità sociale di costruire una società migliore a partire dal modo in cui la si racconta”.

Anche www.occhioaimedia.org è nato dal desiderio di un gruppo di associazioni di monitorare i media riguardo alle notizie sulla convivenza tra differenti culture. Interessante il metodo proposto per valutare le notizie sui quotidiani e identificare messaggi volutamente o inconsciamente razzisti. Oltre a segnalare articoli e titoli offensivi nei confronti delle minoranze, il sito ospita materiali audiovisivi e una serie di documenti sul tema della discriminazione nel sistema informativo.

Uno dei più recenti è la Carta di Roma”, il protocollo deontologico sull’informazione concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti nato su proposta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e sottoscritto nel 2008 dalla Fnsi e dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Nel documento i cronisti sono invitati “ad adottare termini giuridicamente appropriati”, a “evitare la diffusione di informazioni sommarie o distorte”, a “interpellare, quando possibile, esperti e organizzazioni specializzate in materia” e ad adottare “quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni” (per maggiori informazioni leggi qui). A proposito di quest’ultimo punto, è importante sottolineare che la ricerca dell’Università “La Sapienza” – un progetto-pilota avviato proprio in vista della costituzione del Centro Studi e Ricerche dell’Osservatorio “Carta di Roma” – ha rilevato una tendenza dei giornalisti a diffondere “informazioni e immagini lesive della dignità delle persone coinvolte, direttamente o meno in fatti di cronaca quando i protagonisti sono migranti”.

Anche all’estero sono state sviluppate numerose iniziative per sensibilizzare i giornalisti su questi aspetti. La National Union of journalists, organizzazione di riferimento per i giornalisti del Regno Unito e dell’Irlanda, ha per esempio proposto delle linee guida contro le discriminazioni razziali. Un gruppo di professionisti di diversi servizi pubblici radiotelevisivi europei hanno partecipato inoltre allo sviluppo, sostenuto dall’Unione Europea, di <i>A Diversity Toolkit</i>, una guida rivolta a giornalisti radiotelevisivi, autori e responsabili della programmazione contenente informazioni su come promuovere i principi della diversità culturale nelle redazioni.

Elaborata grazie al confronto delle esperienze maturate in una dozzina di emittenti pubbliche europee, essa riunisce informazioni pratiche e consigli. Perché infatti – si chiedono in molti – non è possibile guardare alla diversità come a un’occasione per essere innovativi e ampliare ascolti e orizzonti? “Le emittenti del servizio pubblico – si legge nella Guida – dovrebbero essere lo specchio dell’audience alla quale si rivolgono [...]. È quindi importante che rappresentino accuratamente le realtà sempre più diverse e multiculturali della nostra società. Questa è anche un’ opportunità creativa per rendere i programmi più interessanti e coinvolgenti raccontando storie e prospettive analizzate da una pluralità di punti di vista”.

Sul portale italiano  “Media e MultiCulturalità”,  nato su iniziativa dell’associazione Cospe, che promuove il dialogo interculturale – è possibile reperire altre ricerche, documenti, progetti, notizie e segnalazioni varie, oltre a una rassegna sulle legislazioni e i codici di condotta promossi in Italia e nel resto del mondo. È possibile consultare, inoltre, un archivio dei media multiculturali presenti nel nostro Paese, costantemente aggiornato e che testimonia lo sviluppo che anche nella nostra società stanno avendo simili testate, vere e proprie risorse per l’informazione. Per valorizzare e rafforzare il loro ruolo è stata costituita anche una Piattaforma nazionale.

L’espressione media multiculturali comprende tutti quei giornali, siti web, emittenti e programmi radiotelevisivi – spesso di iniziativa locale – che coinvolgono, come produttori o fruitori, i migranti e i diversi gruppi di origine immigrata. Il mix di notizie sui paesi d’origine e sugli stati ospitanti fornite da queste testate permette alle minoranze etniche di partecipare al dibattito pubblico che le riguarda e al resto della società di conoscere il loro punto di vista. Ecco perché una sinergia tra questi media e quelli ufficiali favorirebbe un’informazione più completa, precisa, stimolante e rispettosa delle diversità.

Il settore è particolarmente sviluppato negli Stati Uniti, dove questi organi d’informazione sono seguiti da circa 60 milioni di cittadini. Una delle realtà più importanti è New America Media, un network che riunisce oltre duemila delle tremila testate etniche presenti nel territorio. Raccogliendo notizie da tutte, si è trasformato in una vera e propria agenzia di informazione anche per i media tradizionali e notevole è la sua incidenza sulla società statunitense. Non a caso, uno dei suoi collaboratori, Sandip Roy, ha affermato che “i media etnici sono in prima fila nella campagna molto pressante che viene condotta per una riforma delle leggi sull’immigrazione” (fonte: Lsdi). Ascolta anche il suo intervento  ai microfoni dell’emittente fiorentina “Controradio)).


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2 commenti a “ Immigrazione: quando gli stereotopi diventano notizie ”
  1. Alberto Dal Corno

    13 Feb, 2010
    Reply

    Mi pare che sia in discussione la preparazione dei giornalisti, la loro acapcità di scrivere, anzitutto in italiano e poi nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone. E’ aumentato il numero delle persone che scrivono notizie, grazie a Internet ma poche sembrano aver afferrato che gli stranieri - e in particolare quelli immigrati in Italia alla ricerca di un lavoro o di un rifugio - meritano appellativi ed aggettivi più attenti e rispettosi.


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