Gen 10
Domenica
La tortura in Usa?
Gli interrogatori, quando la brutalità diventa tortura?

di Matteo Bosco Bortolaso

Quattro memorandum al centro della polemica più infuocata d’America. I documenti pubblicati in questo volume hanno scatenato un dibattito lacerante per aver dato luce verde ai brutali interrogatori dei sospetti di Al Qaeda. Terroristi, o presunti tali, che potevano sputare informazioni importanti e magari salvare migliaia di persone da nuovi attentati, o collaborare come i pentiti di mafia, e portare al ricercato numero uno, Osama bin Laden.

Fin dove si può arrivare, nel trattamento di questi possibili terroristi? Ci può spingere verso un interrogatorio crudele, addirittura alla tortura? I quattro memorandum, con la fredda prosa della giurisprudenza, tentano di dare una risposta a questa domanda, avallando tecniche agghiaccianti. Gli esperti del dipartimento di giustizia di Washington, naturalmente, non possono prendere decisioni operative, ma solo preparare pareri legali, stabilendo ciò che in linea con la legge degli Stati Uniti.

In questo caso, in particolare, le fonti giuridiche di riferimento sono le Convenzioni di Ginevra e l’interpretazione che ne ha dato il Senato statunintense. Gli oscuri burocrati del dicastero di Pennsylvania Avenue, quindi, hanno deciso che alcune tecniche – che il buon senso chiamerebbe torture – non sono “crudele, inumano, degradante o vicine alla imminente minaccia di morte” e possono perciò essere usate dagli agenti della Cia che combattono gli esponenti di Al Qaeda.

Le opinioni legali, avallate dalla Casa Bianca di George W. Bush, sono il cuore giuridico-filosofico della “guerra al terrore” voluta dal presidente repubblicano. Esse hanno stabilito ciò che era giusto o sbagliato nel trattamento dei prigionieri sospettati di legami con il terrorismo di Osama bin Laden.

Esse hanno dato luce verde ad inquietanti tecniche di tortura. Con stile tanto scientifico quanto inquietante, nei testi si parla di privazione del sonno per diversi giorni di fila, di confino in un locale buio, di nudità forzata, musica a tutto volume, schiaffi, offese. I freddi racconti dell’orrore si alternano a discettazioni giuridiche sulle interpretazioni delle Convenzioni di Ginevra. Le righe nere della censura popolano il testo, impedento di scorgere i particoli più minuti, che potrebbero portare circostanze pericolose da rivelare.

Tra le tecniche più controverse negli interrogari c’è il waterboarding, la simulazione dell’annegamento. Alcuni individui, detenuti dagli Stati Uniti col sospetto che fossero terroristi, sono stati sottoposti di continuo al waterboarding ed è proprio questa pratica ad essere finita al centro di una polemica politica – ma anche filosofica e morale – su ciò che è giusto o sbagliato nella guerra al terrore.

Si può torturare un presunto terrorista quando si sa che le informazioni in suo possesso potrebbero salvare migliaia di persone? E se fosse questione di ore, minuti, secondi? A queste incalzanti questioni pure il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha avuto difficoltà a rispondere. E anche l’attuale presidente, Barack Obama potrebbe tentennare, visto che la sua linea, teoricamente impeccabile ma praticamente rischiosa, è “gli Stati Uniti non torturano”.

Ed è proprio questo il punto cruciale: che cosa è la tortura? Questi quattro memorandum tentano di dare una risposta. Una risposta che per molti è sbagliata. Saranno comunque le procedure disciplinari, ed in ultima istanza la magistratura americana, a decidere come e chi sanzionare. La Casa Bianca di Obama ha sottolineato più volte che le colpe, più che negli agenti che hanno materialmente messo in atto le torture, sono da cercare in chi ha dato il via libera legale.

Il giudizio morale, però, non aspetta quello legale. E l’opinione pubblica si è già divisa con diverse sentenze: per alcuni è stato terribilmente sbagliato ricorrere a quelle tecniche, per altri è servito a proteggere Stati Uniti ed alleati. Tra i primi c’è il nuovo inquilino della Casa Bianca, il quale sostiene che la forza statunitense proviene anche dalla scelta di seguire le regole, in questo caso le Convenzioni di Ginevra e le relative interpretazioni. Del parere opposto l’ex vice presidente Dick Cheney, che una volta uscito dalla Casa Bianca è diventato molto più veemente e battagliero di Bush. L’ex presidente, comunque, aveva definito le Convenzioni come norme “vaghe” che potevano all’occorenza essere accantonate, specie nel caso della guerra al terrore.

Il dibattito tra i due schieramenti si era fatto talmente pressante, prima e dopo l’elezione di Obama, che il presidente democratico ha deciso di rendere pubblici le opinioni legali preparate dal dipartimento di giustizia.

Una scelta, quella dell’aprile 2009, che scatenò un mare di polemiche. La Casa Bianca fu criticata da destra, per aver svelato nei dettagli i metodi brutali, e da sinitra, per aver garantito l’ immunità agli 007, i quali avrebbero agito “in buona fede”.

Dalle colonne del conservatore Wall Street Journal, l’ex capo della Cia e l’ex ministro della giustizia sotto Bush, rispettivamente Michael Hayden e Michael Mukasey, ha detto che Obama “si lega le mani nella guerra al terrorismo”.

I due sostengono che “la pubblicazione di queste opinioni non era necessaria dal punto di vista legale ed è stata poco saggia dal punto di vista politico: il suo effetto sarà di invitare quella forma di paura istituzionale e di recriminazioni che indebolì le operazioni dell’intelligence prima dell’11 settembre”. Secondo Hayden e Mukasey, inoltre, i documenti rivelano ai terroristi cosa aspettarsi in un interrogatorio della Cia se questi metodi dovessero essere di nuovo approvati.

Di tono opposto le polemiche da sinistra, che vorrebbero vedere alla sbarra i “torturatori”. Larry Cox di Amnesty International ha criticato “l’impunità a individui che, secondo lo stesso ministro della giustizia Eric Holder, hanno torturato prigionieri”. Anthony Romero dell’Aclu, l’associazione libertaria American Civil Liberties Union, ha chiesto ad Obama di nominare un magistrato indipendente ed aprire un’indagine per ottenere il rinvio a giudizio di chi ha torturato.

New York, dicembre 2009

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