Ott 05
Lunedì
La professione
I giornalisti? Il loro mestiere è importante
anche se ci sono bugiardi e farabutti

di Giovanni Mantovani

Il 62% degli americani pensano che le critiche della stampa ai politici siano utili perché impediscono loro di “doing things that should not be done”, cioè fare quello che non dovrebbero. E lo pensano benché solo il 29 % per cento di loro considerino “straight”, diciamo corretto, il trattamento delle notizie. Cioè, benché i giornalisti siano tendenzialmente bugiardi, o, come va di moda dire adesso, farabutti, tuttavia è bene che continuino a fare il loro mestiere.
Lo dice una ricerca appena pubblicata, del Pew Research Center, un istituto che si occupa proprio di studiare i rapporti tra la stampa e il pubblico. Chi ne volesse sapere di più può andare su un sito che si chiama “Journalism.org” e che è il risultato proprio di un progetto del Pew Research Center “for Excellence in Journalism”.
Non mi risulta che ricerche del genere si facciano da noi, ma i dati americani autorizzano comunque qualche considerazione. La prima cosa che salta all’occhio è la divaricazione tra le due percentuali. I lettori dunque fanno una distinzione netta tra informazione e critica. Sono pessimisti sulla capacità del sistema informativo di riferire correttamente e raccontare i fatti ma ottimisti sulla capacità dello stesso sistema di fare quello che chiamano il “watchdog”, il cane da guardia. La discrepanza tra i due dati ci dice anche qualche cos’altro; e cioè che non mettono in relazione i due giudizi tra di loro. Ci si aspetterebbe che, diffidando della capacità di informare, fossero almeno altrettanto diffidenti su quella di criticare. Invece no. Considerano talmente importante la funzione “politica” dei giornali, da passare sopra al fallimento di quella informativa.
Naturalmente i dati disaggregati dicono anche altre cose. Soprattutto che il 62% complessivo espresso dal primo dato contiene al suo interno ampie divaricazioni tra i diversi elettorati a seconda di chi sia il Presidente in carica. Nell’èra Bush II, meno della metà degli elettori repubblicani sollecitavano le critiche della stampa, mentre fra i democratici la percentuale era molto alta. Però in genere l’opinione democratica è più favorevole alla critica di quella repubblicana, anche in presenza di un Presidente per cui ha votato. Il dato del 62% è di pochi giorni fa.
Proviamo a trasferire queste considerazioni nel contesto italiano. Non si può dire che i nostri giornali eccellano nella funzione critica. La Repubblica attacca, ma in modo un po’ troppo schierato; farebbe piacere che lo facesse a 360 gradi, e magari non occupandosi solo di politica “parlata”, ma anche di quella degli affari. I giornali che appoggiano la maggioranza sono in gran parte funzionali ai suoi interessi. Il Corriere della sera, dall’alto della sua tradizionale autoreferenzialità, si assume il compito di tenere la barra al centro e indicare la retta via, ma per il resto si occupa dell’ordinario, con ordine appunto e senza strafare. Domenica 4 ottobre è andata in onda una puntata di Presa Diretta di Riccardo Jacona, probabilmente la migliore trasmissione di approfondimento che si possa vedere in Tv (non a caso gli hanno fatto spazio la domenica sera tardi, quando la maggior parte degli italiani stanno a guardare il calcio parlato). Il titolo era “La Stangata”, e raccontava che la Tav ci sta costando circa tre volte quello che è costata in Francia; soprattutto a causa del sistema vigente in Italia per le grandi infrastrutture da quando i Governi di centro destra hanno imposto il metodo del General Contractor. Ma non solo per questo; anche perché chi dovrebbe controllare si volta dall’altra parte. E soprattutto perché si decide di realizzare l’opera senza sapere quanto costerà. Si spiegava che da noi il “project financing” non funziona, perché i soldi alla fine li mette solo lo Stato e i privati lo sanno benissimo; forse all’inizio qualcuno ci ha creduto, ma ormai è solo un trucco per non far capire fin da subito che pagherà Pantalone. Con questo sistema ci accingiamo all’immane impresa del Ponte di Messina.

Nessun grande giornale ha fatto una campagna a fondo su queste cose, perché nelle proprietà ci sono troppi legami con gli interessi economici o con quelli politici o con tutti e due. Per questo forse da noi i giornali si vendono poco e non sembra che ci sia una gran fiducia nella loro capacità di criticare il sistema.
Tuttavia pare che al Tg 1 arrivino una gran quantità di mail di protesta dopo l’editoriale di Minzolini che criticava la manifestazione di Piazza del Popolo; persino la redazione (che non è fatta di barricadieri) si è vergognata e ha chiesto di incontrare il direttore generale. La maggioranza si fa difendere da Vespa e dalle altre sue numerose testate. Tuttavia, dopo tanto tuonare e minacciare, né Santoro, né Fazio né la Dandini sembrano essere stati toccati. Almeno finora.
Forse nella alte sfere si sa che l’opinione pubblica è più “americana” dei suoi giornali e della sua classe politica. La tv è riuscita a nascondere le vicende delle escort, con il risultato di regalare a Santoro un ascolto che è paragonabile solo a quelli dei tempi della Guerra del Golfo. Si possono avere dubbi sulla opportunità di quella presenza in trasmissione, ma la colpa è di chi l’aveva nascosta prima.
Sembra che “la gente” abbia voglia di un risveglio della funzione critica dei giornali; la manifestazione di Piazza del Popolo non deve essere sopravvalutata, ma molti temevano che addirittura fallisse. Sembra che “la gente” abbia bisogno di un risveglio della classe politica, che ancora naviga a vista; da una parte per tirare a campare fino al 2013 e dall’altra nella convinzione che fino ad allora non ci sia nulla da fare (basta pensare al voto sul condono).


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