Ago 02
Domenica
La professione
Valzer di direttori e il lettore non sa perché

di Vittorio Roidi

Un valzer svelto, accompagnato dai rintocchi tristi dei tagli agli organici. In molte testate italiane si assiste al cambio dei direttori. Quasi ovunque vengono nominati giornalisti esterni, provenienti da altri giornali. E nessuna spiegazione viene data ai lettori. Il titolare della poltrona ha fallito gli obbiettivi? Viene scelto uno più bravo? Cambia l’indirizzo politico? Nulla viene detto al cittadino.

Ormai le aziende giornalistiche sono identiche a quelle che producono scarpe, vestiti, automobili. Si capisce perché gli editori hanno insistito tanto affinché i direttori dei giornali venissero considerati dal contratto di lavoro come i dirigenti di altri settori industriali. Non c’è più alcuna differenza. Sono disdettabili in ogni momento, come gli amministratori di altre società. Che essi producano notizie non conta. Che svolgano un servizio di interesse pubblico, delicato come pochi altri, non ha nessuna importanza. Il giornalismo è sempre più simile ad altri settori commerciali e industriali. La peculiarità delle sue finalità è annullata. Il direttore è un dirigente, un quadro, come in un’azienda metalmeccanica o in una qualsiasi altra fabbrica.

Negli ultimi mesi – guarda caso all’inizio di una pesante crisi economica – sono cominciati gli avvicendamenti. De Bortoli al Corriere, Riotta al Sole 24 ore, Minzolini al Tg1. Al lettore nessuno ha spiegato perché, né nel maggiore quotidiano, né nel più diffuso giornale economico, né nel puiù visto telegiornale del servizio pubblico. E così sono venute le altre nomine: Calabresi alla Stampa, Orfeo al Tg2, Cusenza al Mattino,  Preziosi al Giornale Radio, La Rocca al Secolo genovese. Perfino alla guida di giornali con forte radicamento territoriale sono andati colleghi provenienti da altre realtà, privi di radicamento e di conoscenze locali.

Colpisce che moltissimi colleghi chiamati alla direzione provengano dal giornalismo politico e alcuni siano fra quelli che negli ultimi anni hanno seguito da vicino il presidente del Consiglio. ’E l’ulteriore prova che la politica sta invadendo sempre più il settore dell’informazione. Evidentemente gli editori preferiscono questo riferimento. Sono più attenti al dato politico, più che a quello organizzativo, alle esperienze nella cronaca, nell’economia, nella politica internazionale.

Il collega Luciano Borghesan ha proposto – il suo articolo è ancora in questa home page – che il “gradimento†sia espresso dalla redazione ogni anno, anziché soltanto al momento della nomina del direttore. E’ un’idea. Certo la Federazione nazionale della stampa deve trovare nuove soluzioni, affinché il direttore sia ancora il primus inter pares fra i redattori, il difensore della loro autonomia.

Cambiano i direttori e il lettore non ne sa le ragioni. Mentre sembrerebbe eticamente corretto metterlo in condizione di conoscere la storia professionale del nuovo “responsabileâ€, i suoi legami (è iscritto a un partito?), le sue opinioni. Politiche. L’unico che ha un rapporto più stretto con il lettore appare Feltri. Ha detto che lì, a Libero, si annoiava e se ne è tornato al Giornale (che guidò con successo all’epoca dell’abbandono da parte di Montanelli). Lui le cose le spiega, ma è un dato di fatto che quando Berlusconi chiama non sa dire di no.

L’etica del giornalismo indipendente, autonomo rispetto ai poteri, sembra sempre più labile. I giornalisti non comprendono che la loro credibilità dipende unicamente dal fatto che il lettore creda in loro, sia convinto – o almeno speranzoso – che essi lavorino per lui. La libertà di stampa non può tradursi nella libertà di essere collaterali, parziali, succubi e forse servi. Deve significare indipendenza e ricerca della verità. Altrimenti è un sacco vuoto


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