Giu 12
Venerdì
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Intercettazioni. La legge Alfano va al Senato
dalla preistoria verso il regime assoluto

di Francesco De Vito

Succede che, per la prima volta da quando è iniziata la nuova Legislatura, i gruppi parlamentari di opposizione (Pd, Italia dei valori e Udc) denuncino in una conferenza stampa congiunta il sopruso del governo che con la richiesta del voto di fiducia strozza il dibattito alla Camera e impedisce la votazione degli emendamenti al disegno di legge Alfano sulle intercettazioni. Ma la maggioranza di governo procede per la sua strada. Succede che il Sindacato dei giornalisti e la Federazione degli editori, con una inconsueta iniziativa comune, lancino un appello che viene pubblicato per tre giornate consecutive sui quotidiani per denunciare che l¹approvazione definitiva del Ddl anche da parte dell¹altro ramo del Parlamento porterebbe ad un risultato abnorme e sproporzionato: limitare, e in taluni casi impedire del tutto, la cronaca di eventi rilevanti per la pubblica opinione, quali le indagini investigative. E si rivolge in maniera pressante alle forze politiche e sociali e all¹opinione pubblica affinché vengano introdotte dal Senato le correzioni necessarie alla tutela di valori essenziali per la democrazia, espungendo le norme contrarie al dovere di informare e al diritto di sapere.

Ma il ministro della Giustizia Angelino Alfano annuncia che anche a Palazzo Madama si procederà con la stessa speditezza di Montecitorio. C¹è una gran voglia di far presto, quasi si tema che senza le norme-bavaglio già licenziate dalla Camera possano venir fuori verità scomode.
In un¹intervista al Corriere della Sera l¹onorevole Giulia Bongiorno, relatrice del Ddl sulle intercettazioni, afferma che se il provvedimento fosse rimasto nel testo iniziale, sarebbe stato come tornare alla preistoria. Sarà anche così. Ma non è che il nuovo testo ci conduca nell¹era contemporanea dove, perlomeno nei regimi democratici, il diritto dei cittadini ad essere informati e il dovere dei giornalisti a informare sono considerati inalienabili. E¹ più probabile che ci porti ai regimi assoluti precedenti la Rivoluzione dell¹89 in Francia.
Secondo l¹onorevole Bongiorno il testo finale è molto differente dalla versione iniziale in cui c¹era effettivamente una forte limitazione del diritto di cronaca. Certo, dei cambiamenti ci sono. Ma sono tali da autorizzare a dire che il diritto di cronaca è salvaguardato? Vediamo.

Col testo originario i giornalisti non avrebbero potuto scrivere praticamente nulla sugli atti relativi ad un procedimento penale fino all¹inizio del dibattimento. Ossia per almeno due anni dal fatto. Nel testo finale licenziato dalla Camera il divieto di pubblicazione anche parziale degli atti non più coperti da segreto (comprese le intercettazioni) rimane fino alle conclusioni delle indagini preliminari. Se ne potrà scrivere per riassunto o raccontandone il contenuto. Ma è vietata persino la pubblicazione delle intercettazioni che compaiono nelle ordinanze dei magistrati. Inoltre è vietato pubblicare le richieste e le ordinanze in materia di misure cautelari fino a quando l’indagato o il suo difensore non ne siano venuti a conoscenza. I giornalisti che pubblicano atti coperti da segreto rischiano fino a tre anni di carcere e la sospensione dalla professione per tre mesi, che dovrebbe essere inflitta dall’Ordine professionale.

Ma il giro di vite coinvolge anche gli editori chiamati a pagare salatissime multe, da un minimo di 65.000 a un massimo di 465.000 euro per violazione delle nuove norma commesse dai giornalisti. E¹ una misura che introduce una preoccupante distorsione all’interno degli organi di stampa. Per evitare multe pesanti, gli editori saranno naturalmente portati a istituire nelle redazioni dei propri giornali uffici che svolgano la funzione di una censura preventiva. Cosa che in verità non vorrebbero proprio essere costretti a fare, visto che anche loro si oppongono con fermezza al Ddl licenziato dalla Camera.

Stefano Rodotà, che è stato il primo Garante della privacy, scrive su Repubblica: “Siamo di fronte a una manifestazione di una linea ben nota, ad una accelerazione della irresistibile volontà di liberarsi proprio di quei contrappesi, di quegli strumenti di garanzia che, in un sistema democratico, possono impedire la degenerazione del potere, il suo esercizio incontrollato, la creazione di sacche di impunità. Per realizzare questo risultato si è insistito molto sulla necessità di tutelare la privacy delle persone, troppe volte violata. Ma questo argomento, in sé legittimo, è stato trasformato in pretesto per una disciplina punitiva, che con la tutela della privacy non ha nulla a che fare”.

Concludiamo con un¹ultima notazione. Contro le nuove norme il vertice dell’Ordine dei giornalisti ha giustamente ipotizzato forme di disobbedienza civile. C¹è una sola forma di disobbedienza civile che l¹Ordine può attuare: rifiutarsi di applicare la norma che gli vorrebbe imporre di sospendere per tre mesi dalla professione il giornalista che violi il Ddl Alfano sulle intercettazioni se, com’è probabile, tra una quindicina di giorni, diverrà legge.

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