Giu 05
Venerdì
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Al referendum sul contratto vincono i sì
ma ha votato solo il 10% dei giornalisti

I referendum non piacciono ai giornalisti: neppure il 10 per cento ha infatti preso parte a quello indetto dalla Federazione della stampa per l’approvazione del contratto di lavoro. Hanno votato 3329 iscritti al sindacato  (sul totale dei 34.115 aventi diritto:contrattualizzati, pensionati, free lance) ed hanno vinto i sì (1955) rispetto ai no (1319). La maggioranza approva dunque il contratto, stipulato dopo quattro anni di trattative con la Federazione degli editori. Pratica archiviata. La democrazia ha fatto il proprio corso - ha sottolineato il segretario Franco Siddi – secondo il quale ora la “categoria è più forte”. Ma è così?

La discussione, già prima del voto, era stata molto accesa. I sostenitori del “no” al contratto – presenti soprattutto nelle grandi redazioni romane – avevano contestato le modalità del referendum. Lo avevano giudicato pressoché inutile, visto che secondo la giunta federale il patto firmato con gli editori era comunque valido. La consultazione, dicevano, era stata organizzata con modalità che non favorivano la partecipazione. Peraltro, la giunta della Fnsi aveva sempre ricordato che il referendum non era previsto dallo statuto del sindacato, ma scaturiva da un impegno preso al congresso. Una promessa che avevano voluto mantenere, che avrebbe potuto avere effetti “politici”, ma che mai avrebbe potuto mettere in discussione la validità del contratto, concluso con tutti i crismi da chi aveva la piena rappresentanza dei giornalisti ed era stato delegato alla trattativa, primo dei compiti di qualsiasi sindacato.

Ora, “Giornalismo e democrazia” apre il dibattito sulla questione. Realmente il sindacato dei giornalisti è oggi più forte? O lo scarso interesse mostrato dagli iscritti per caso abbassa il valore della consultazione e indebolisce gli organismi rappresentativi della categoria? La discussione verterà ancora sul contenuto del patto stipulato con la Fieg (mobilità, trasferimenti, contratti a termine, licenziabilità dei direttori ecc) che ha portato a questo risultato: 60 per cento sì, 40 % no. Ma quei 3329 voti non sono per caso il segnale di un pericoloso scollamento fra vertice e base della categoria?

Ogni interpretazione è lecita. La scarsa partecipazione potrebbe anche essere la prova che i giornalisti si fidano dei propri rappresentanti e non avevano bisogno di fornire la prova “diretta” che il referendum ha offeto loro. Franco Siddi, nel suo comunicato, ha affermato che “non ci sono regolamenti di conti. Il contratto – lo dimostreranno i fatti, come sta già avvenendo in queste prime settimane di applicazione – tutela e tutelerà anche chi non lo ha voluto e non lo ha votato, grazie agli strumenti di cui oggi la categoria è dotata, sia per la crisi sia per affrontare le indispensabili trasformazioni del sistema. C’è un Sindacato solido e vero che sui temi della democrazia e del riformismo può guardare chiunque, soggetti sociali e politici, a testa alta”. Ma qual è oggi la forza del sindacato? Ci sono battaglie – quelle della libertà, della difesa del diritto di cronaca, dell’autonomia, che i giornalisti dovranno combattere già nelle prossime settimane, che non sembrano rese più facili dal disinteresse mostrato dagli iscritti in questa occasione. Un grande sindacato, impegnato nel confronto con i poteri forti, che tentano ad ogni passo di avvilire e piegare la stampa libera, può vincere senza il sostegno costante dei suoi iscritti? (vr)


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