Mar 26
Giovedì
La professione
Progetto Einaudi-Albertini:
ma l’indipendenza è un diritto o un dovere?

di Giovanni Mantovani

Urbino – 25 marzo.

Il punto di partenza del Progetto era l’analisi delle condizioni della professione, partendo dal presupposto (non dal pregiudizio, altrimenti addio analisi) che il problema di fondo fosse l’indipendenza dagli assetti politici e proprietari. Sullo sfondo tuttavia campeggiava il problema della rete, dell’informazione online, gratuita e gestita in modo spesso selvaggio, senza controlli né garanzie. Durante i lavori, le notizie che arrivavano dagli Stati Uniti – fallimenti e chiusure a catena di giornali stampati – hanno poi portato in primissimo piano il secondo tema, quasi oscurando il primo. 

La seconda tappa del Progetto Einaudi- Albertini, il 23 scorso, con il dibattito tra Vittorio Roidi e Daniele Manca, responsabile della redazione economica del Corriere, è servita a mettere meglio a fuoco i termini attuali del problema dell’indipendenza, facendo uscire la ricerca da un collegamento troppo stretto con i temi inevitabilmente dominanti dell’attualità.

La tesi di Manca è che i giornalisti debbono spostare l’attenzione dalla proprietà dei mezzi d’informazione al prodotto-informazione che il mercato richiede. Fare impresa con l’informazione – ha sostenuto – è sempre meno conveniente, ed è inutile fare pressioni sulla proprietà, perché chi investe vuole un  profitto. Se poi ci si adatta troppo facilmente alle esigenze immediate della redditività,  si finisce per essere sempre più preda della pubblicità e del marketing e per  perdere la propria specificità professionale, che oltretutto è anche la garanzia di un sistema politico basato sul consenso. La rete non deve essere vista come un problema, perché l’informazione online non è “un altro medium, ma una modalità di trasmissione†che consente una fruizione circolare dei diversi media.

Perciò per Manca il problema dell’indipendenza torna nelle mani dei giornalisti, che debbono tornare alla funzione centrale del loro mestiere, quella di fornire notizie, ma soprattutto “contesto†a una società che il processo di mediatizzazione rende sempre più atomizzata e divisa. Questa funzione centrale deve però essere reinventata, in modo che consenta ai giornalisti di “farsela pagareâ€. Ha ricordato che Murdoch, dopo aver comperato il Wall Street Journal, ha deciso di far pagare l’informazione online; il che per lui è più facile, perché fornisce un prodotto di alta specializzazione, ma dimostra una cosa: se il prodotto c’è, l’utente lo paga. Il pericolo è che la società di oggi, con la sua comunicazione sempre più spettacolarizzata, non consenta più ai soggetti di andare oltre la percezione della realtà, e quindi si imponga sempre di più una “democrazia della maggioranzaâ€, dove le persone siano trattate non più come tali ma come un soggetto collettivo (lo stesso fenomeno era stato definito da Diamanti “democrazia del pubblicoâ€).

Vittorio Roidi nel suo intervento ha scelto di partire non dalle proiezioni sul futuribile, ma dai dati della realtà italiana. Ha detto che probabilmente il processo attualmente in atto negli Stati Uniti arriverà in Italia con un ritardo maggiore di quello che si crede, anche perché sul sistema informativo del nostro Paese pesano interessi politici ed economici assai più rilevanti di quanto accada oltreoceano; tant’è vero che proprio in questi giorni si combatte per il controllo del Corriere della sera. Ha ricordato che si sta chiudendo, dopo quattro anni, la trattativa per il nuovo contratto di lavoro dei giornalisti; e che tra le nuove regole pare ci sia quella di considerare la direzione dei giornali come una delle componenti manageriali dell’azienda editoriale, con la conseguenza che il direttore non sarebbe più “il primo dei colleghi†e il loro difensore, ma un  rappresentante degli interessi della proprietà. Questa novità toglierebbe significato all’art. 6 del contratto, che garantisce i poteri del direttore, ma stabilisce anche la sua responsabilità esclusiva sulla gestione della redazione, anche di fronte alla proprietà. Questa pressione degli editori nei confronti della categoria dimostra che la battaglia per l’indipendenza non è ancora superata e che la sfida del futuro non deve far dimenticare i problemi di oggi. Occorre più che mai formare giornalisti che sappiano conquistare la loro indipendenza con la professionalità e difenderla con la consapevolezza di essere i titolari di un interesse pubblico vitale per la democrazia.  Non dimentichiamo mai, ha concluso, che la nostra funzione e insieme la nostra responsabilità principale è quella di “cercare la veritàâ€.

Il dibattito è caduto in un momento in cui la riflessione del mondo dell’informazione giornalistica si concentra in tutto il mondo proprio sui temi sottolineati; e anzi cominciano a emergere proposte nuove che sembrano proprio trarre le conseguenze dall’analisi un po’ dappertutto condivisa. Durante i primi due giorni di lavoro del Progetto si era parlato di realtà informative in cui l’indipendenza e la capacità di “fare contesto†si dimostrano vincenti, come per esempio l’Economist o la Bbc. Si era parlato di blog informativi, come Huffington Post, che offrono una proposta nuova e gradita agli utenti. E tuttavia sull’informazione online più d’uno aveva sottolineato la sua incapacità di far interagire i diversi pubblici. Il blog tende a limitare il suo messaggio all’interno di una comunità chiusa; Huffington Post è svisceratamente pro-Obama; difficile che gli anti- Obama vi si accostino, se non per insultare. Tuttavia la comunità giornalistica sembra aver avvertito il pericolo. Così per esempio è stato lanciato proprio nei giorni scorsi un nuovo prodotto, Global Post, che è una testata online però a pagamento, con due caratteristiche: offre soprattutto reportage, cioè “contestoâ€, da tutto il mondo; e dà agli abbonati la possibilità di interagire “in diretta†con la redazione, sia suggerendo temi per inchieste sia partecipando  a periodiche conferenze online in cui possono fare direttamente domande ai reporter e a ospiti intervistati.

Tutto il mondo dell’informazione insomma è in subbuglio. Mao avrebbe detto – anche se non è più di moda è il caso di ricordarlo – che “c’è una grande confusione sotto il cielo e la situazione è idealeâ€. Almeno speriamo.

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