Mar 18
Mercoledì
La professione
I tavoli del Progetto Einaudi Albertini
problemi e prospettive dell’informazione

È partito a Urbino il Progetto Einaudi-Albertini per l’indipendenza dei media: una serie di incontri e dibattiti con lo scopo di studiare, approfondire, trovare soluzioni, analizzare le nuove strade che si aprono nel futuro della professione giornalistica. Il primo passo è stata la due giorni di convegno di lunedì 16 e martedì 17 marzo. Diversi i tavoli di discussione per tante tematiche e interrogativi.

La prima giornata si è aperta con i messaggi augurali del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. I lavori sono stati aperti dal rettore dell’ateneo dedicato a Carlo Bo, Giovanni Bogliolo, che ha segnalato con amarezza come oggi anche le Università siano tenute in condizione di difficoltà, pur essendo esse titolari di una funzione di garanzia all’interno della società civile. Poi i saluti di alcuni amministratori: il presidente della Provincia Pesaro-Urbino, Palmiro Ucchielli e il presidente del Consiglio regionale Raffaele Bucciarelli. Il sindaco di Urbino, Franco Corrucci si è detto orgoglioso di essere il primo cittadino di una città in cui trenta giovani giornalisti tutti i giorni si formano, si addestrano, creando con la loro presenza e il loro lavoro un’atmosfera di grande trasparenza. La prima analisi è stata quella della sociologa Lella Mazzoli, che dirige l’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, che si è soffermata sul futuro dei socialnetwork e dei nuovi media. Di lì, una successione di tavole rotonde, mirate a capire prima i pericoli che l’informazione corre in un epoca di crisi e di trasformazioni. Poi la ricerca dei possibili rimedi.

 Come salvare il giornalismo era il titolo del primo tavolo di dibattito, moderato da Riccardo Sabbatini del Sole24Ore. Una lucida disamina da parte dei relatori che ha fotografato la situazione esistente, non certo rosea. Libertà di stampa e garanzia dei cittadini, due concetti che fanno a pugni con la tendenza del giornalismo a venire a patti col potere politico

Questa la sintesi di alcuni interventi.

Raffaele Fiengo  ha ricordato come non sia stato un caso se pochi giorni fa Ferruccio De Bortoli abbia deciso di rinunciare alla poltrona di presidente della Rai, esattamente come 15 anni dovette lasciare quella di direttore del Corriere della Sera. I poteri forti volevano vedr cadere la sua testa. E oggi la crisi economica raddoppia i pericoli per l’informazione, sempre più dominata dalla pubblicità. L’overdose di notizie, segnalata da uno studio della Columbia university, segnala nuovi rischi. Eppure “la funzione giornalistica è vitale, senza di essa non può esistere democrazia, perché costituisce la chiave di volta per la conoscenza da parte dei cittadini”.

 

Gianni Rossetti  presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, ha ricordato le difficoltà di rinnovare il contratto di lavoro, ma anche quella per giungere alla verità su casi dolorosi come quello dell’uccisione di Graziella De Palo e Italo Toni, scomparsi in Libano nel 1980. Ha esortato i ragazzi dell’Ifg ad intraprendere con fiducia la loro carriera e a cercare sempre la verità.

 

Riccardo Sabbatini   (Sole 24 ore): “Aumentano le possibilità di accesso ai media e si abbassano i costi, ma la qualità dell’informazione.

 

 

Maurizio Blasi: “Oggi le parole d’ordine sono pane e libertà. Si pubblicano e si mandano in onda i volti dei due romeni della Caffarella per nascondere la vera notizia, la crisi economica e i problemi dei cittadini. Noi italiani abbiamo la peggiore editoria del mondo, miope e avvezza ad ogni scambio con la politica. Il paese deve scommettere sulle facce e sull’impegno dei trentenni”.

 

Roberto Seghetti : (Panorama)“Non si è mai riusciti a far passare l’idea di uno statuto dell’impresa giornalistica, capace di coniugare l’articolo della Costituzione che protegge la libertà di espressione con quello che garantisce la libertà dell’impresa”.

 

Enzo Marzo    (Corriere della Sera) “La questione della libertà di stampa non riguarda solo i giornalisti, ma i cittadini. Sono loro a doversi svegliare. Avete visto grossi editoriali sul disegno di legge Alfano? E’ necessario separare la proprietà dei mezzi di comunicazione dal lavoro delle redazioni che realizzano la libertà di stampa”.

Vincenzo Ferrari, avvocato e già preside della Facoltà di Giurisprudenza a Milano) ha messo il dito sul controllo dei mass media da parte del potere politico e ha paragonato l’indipendenza del giornalismo a quella della magistratura. 
Per Salvatore Bragantini, editorialista del Corriere, oggi esiste uno squilibrio nei rapporti fra i poteri dello stato. Sia il potere legislativo sia quello giudiziario sono sotto la frusta di quello esecutivo. Sopportiamo ogni giorno qualcosa in più: “Siamo sottoposti ad una furbizia omeopatica, ogni giorno sembra uguale all’altro e invece ci fanno ingoiare qualcosa in più”.

Nel pomeriggio il dibattito si è aperto con un interessante intervento di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, protagonista di una grave storia di censura legata a una sua inchiesta nel Sud Italia. La censura secondo Vulpio non solo toglie la possibilità di parlare delle cose, il diritto di fare cronaca, ma toglie anche al cittadino il diritto di sapere: un problema di democrazia. “Senza una forte passione civile questo mestiere non è niente e non serve a nessuno”, per questo secondo il giornalista del Corriere il giornalismo non c’è più: “Stiamo parlando di un cadavere”.

L’indipendenza dei giornali e Tv e il funzionamento della democrazia“: nel suo intervento Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa, ha messo a fuoco alcuni nodi fondamentali da sciogliere: il ddl Alfano sul divieto di rendere noti fatti inerenti ai processi prima dell’udienza preliminare, gli interessi economici che pesano sulla libera informazione. Infine ricorda che bisogna rafforzare l’Ordine dei giornalisti anche per rendere più veloci le sanzioni. Natale ha speso alcune parole anche per le scuole di giornalismo, che a suo avviso dovrebbero diventare l’unico modo di accesso alla professione: “Non può durare una situazione nella quale 1.500 diventano giornalsti ogni anno e i posti di lavoro sono 200-300”.

Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera non si è detto d’accordo sul “de profundis” recitato per la professione giornalistica. “È necessario però trovare nuove strade, portare avanti il giornalismo investigativo, il vecchio giornalismo che scava a fondo, ma innovare attraverso il web, perché la strada nuova passa di lì”.

Il politologo Ilvo Diamanti ha spiegato che diamo per scontato cos’è la democrazia ma in realtà “non esiste la democrazia con D maiuscola né un modo di fare informazione con la I maiuscola” oggi che i media sono soprattutto i giornali, letti da sempre meno persone,ci troviamo di fronte i cosiddetti “partiti di cartello” che si autofinanziano e controllano le risorse del potere, prima fra tutte l’informazione. Ma c’è futuro per l’informazione? Diamanti pensa di si, dipende dalla qualità dell’informazione e da chi opera nel campo per renderla migliore, più libera.
Leggi la cronaca della prima giornata sul sito della Scuola di giornalismo di Urbino 

 

La seconda giornata dei lavori del Progetto Einaudi-Albertini si è aperta con uno sguardo a quello che succede fuori dall’Italia, alla ricerca di una soluzione valida per l’indipendenza dei media anche nel nostro paese con gli interventi dei relatori Alessio Altichieri, Fabrizio Tonello e Giuseppe Granieri. Ha moderato il dibattito Filippo Nanni, caporedattore cronaca del Tg3.

Alessio Altichieri, del Corriere della Sera, ha portato ad esempio il modello anglosassone come ideale di indipendenza dell’informazione, slegato da interessi terzi di editori e gruppi economici grazie alla figura del “trust”: istituzione che garantisce attraverso il controllo e, in alcuni significativi casi, la gestione diretta dell’azienda, la correttezza e la trasparenza dell’informazione, slegata da conflitti di interesse e libera da pressioni di potentati economici e politici. Ne sono un esempio significativo in Inghilterra proprio la Bbc, il servizio pubblico, e alcune tra le più autorevoli pubblicazioni come il Guardian e l’Economist.

Da un altro punto di vista la professione giornalistica subisce invece le trasformazioni della società in cui opera. Dal giornalismo di intermediazione, ha spiegato Fabrizio Tonello dell’università di Padova,  si va verso una forma sempre più autonoma del lettore nel reperire informazione. Internet ne è la causa determinante, ciò si invera attraverso piattaforme gestite direttamente dagli utenti come i blog o i social network. E il giornalismo quello serio e fatto bene costa: al New York Times per esempio 200 milioni di dollari all’anno solo per reperire informazioni di prima mano in tutto il mondo.

Il sistema economico sul quale si fonda(va) la professione del giornalista è andato velocemente mutando. Le tre “gambe” su cui si reggeva (edicola, abbonamenti e pubblicità) non permettono, nel giornalismo online, di raggiungere i risultati economici e di bilancio di quella che ormai sembra un’epoca passata. Il motivo è che, secondo Giuseppe Granieri (blogger tra i maggiori esperti italiani di cultura digitale), i giornali sono antieconomici non solo sotto il profilo della produzione, ma anche dal punto di vista dell’interrogazione e del reperimento delle notizie: La carta però, sempre secondo Granieri, è indispensabile al giornalismo di inchiesta e di approfondimento perché ne costituisce il sostentamento economico e ne garantisce la sopravvivenza come professione.

De La classe dirigente, l’informazione e l’indipendenza dei media ha parlato Innocenzo Cipolletta, ex vice presidente del Sole24Ore: “Il mezzo dell’informazione è considerato dalla nostra classe dirigente come strumento di difesa dei propri interessi. Al Sole24Ore i giornalisti hanno la tendenza a cercarsi un protettore, un padrino: ufficialmente per avere accesso a indiscrezioni e informazioni privilegiate. Ma molto spesso si fanno più gli interessi delle fonti delle notizie: se di norma bisogna esortare i giornalisti a uscire dalle redazioni per andare a cercare le notizie, nel giornalismo economico bisogna invece pagare perché i giornalisti lavorino di più davanti al computer invece che partecipare a cene o moderare dibattiti”.

Dello stesso avviso Valerio Onida, ex presidente della Corte costituzionale e ora docente di Giustizia Costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano : “I giornalisti non dovrebbero avere rapporti di dipendenza da nessun soggetto economico, resistere alle pressioni e dare notizie anche andando contro gli interessi del proprio referente. Lo sforzo del giornalista però non sembra essere diretto a spiegare le notizie, fornendo gli elementi che mancano, facendosi piuttosto eco di posizioni”.

Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia della comunicazione a l’università e alla scuola di giornalismo di Urbino, ha analizzato invece il rapporto con i lettori, la cosiddetta opinione pubblica: “Il pubblico dell’informazione è cambiato: non è più un pubblico consumatore, ma consapevole. Non più oggetto dell’informazione ma soggetto, parte attiva. Allo stesso modo non si può più parlare di opinione pubblica. Ci sono tante opinioni, tanti pubblici, tante sfere ognuna con una forma di rappresentazione differente, più frammentata perché ora anche il privato è entrato nel pubblico. Su questo il giornalismo si deve interrogare e in base a questo modificarsi”.

Giovani giornalisti per un giornalismo che non c’è. 
Enrico Regazzoni, direttore della Scuola di giornalismo di Milano: “Le scuole devono diventare con urgenza dei laboratori di ricerca sulla professione. Una professione che sta cambiando, sta diventando altro, ancorata a modelli ottocenteschi di giornalismo. La carta stampata sembra essere affetta da una sorta di “buzzatismo diffuso”. Non sarà la bella scrittura o l’estetica che ci salveranno, secondo Regazzoni, ma la competenza acquisita attraverso lo studio: ”Bisognerebbe approfondire le conoscenze per esempio in campo scientifico per garantire una consapevolezza che non derivi solo da sentito dire o da posizioni politiche”. “Cosa farà domani mattina il giornalista?” si interroga Regazzoni, è necessaria una critica della professione verso sé stessa.

Agli interventi è seguito un vivace dibattito, in cui gli studenti delle scuole di Milano e Urbino hanno espresso dubbi e perplessità. In particolar modo sulle risposte alle domande emerse dal convegno e sul futuro della professione. In particolare la discussione ha avuto come oggetto la concorrenza del web, dallo stesso Regazzoni definito un “far west”: il web come mer magnum produttore di notizie, non sempre attendibili, ma fruibile e, con il web 2.0, integrabile da chiunque senza una competenza e formazione specifici.

Prossimo appuntamento lunedì 23 marzo: Le trasformazioni dei media e l’impresa giornalistica, con l’ex segretario dell’Ordine dei giornalisti e professore della scuola di giornalismo di Urbino Vittorio Roidi e Daniele Manca, caporedattore responsabile dell’informazione economica al Corriere della Sera.

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