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Intercettazioni e diritto di cronaca
il ddl o si cambia o si abroga

Posted By admin On 26 Febbraio 2009 @ 11:18 In La professione | No Comments

[1] Non è usuale che giornalisti e editori protestino insieme, soprattutto in una fase nella quale la Fieg nega da quattro anni il rinnovo nel contratto. E¹ successo con la manifestazione contro il Ddl sulle intercettazioni promossa a Roma, martedì 24 febbraio, dalla Fnsi insieme a Ordine professionale e Unione cronisti.

Ad aprire la manifestazione e a sottolineare il comune impegno, gli interventi del presidente del Sindacato dei giornalisti Roberto Natale e della Federazione degli editori Carlo Malinconico. “Non accettiamo - ha detto Natale - che venga sequestrato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Il presidente della Fnsi ha così proseguito: “Forse, nell’iter parlamentare, il carcere per i giornalisti verrà sostituito con qualche altra cosa. Ma il testo non andrà bene comunque, anche senza il carcere. Il nocciolo pericoloso è il divieto di fare cronaca giudiziaria. Dobbiamo fare tutto il possibile per cambiare il provvedimento ora, e siamo disponibili a un’udienza-filtro in cui si stabilisca quali intercettazioni sono rilevanti e quali no. Di altre eventuali iniziative, come il ricorso alla Corte costituzionale o il referendum, dovremo ragionare dopo la conclusione dell¹iter parlamentare”.

Altrettanto fermo l’intervento di Carlo Malinconico, che ha esaminato il provvedimento sotto due aspetti, la libertà di cronaca giudiziaria e la responsabilità degli editori: “Non abbiamo mai pensato di escludere la responsabilità degli editori incrementando quella dei giornalisti, e non abbiamo alcuna intenzione di interferire sulle intercettazioni. Se certi eccessi ci sono stati, possono essere affrontati in altro modo, introducendo la possibilità di filtri. Ma se l’editore è chiamato a rispondere di una responsabilità oggettiva, la norma è anticostituzionale. Se invece lo si vuole spingere a esercitare un controllo, questo significa alterare i rapporti tra azienda editoriale e giornalisti”.

Il dibattito si è vivacizzato, fino a divenire incandescente, con gli interventi dei rappresentanti delle diverse forze politico-parlamentari. A rappresentare la maggioranza di governo il presidente del gruppo Pdl del Senato Maurizio Gasparri e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Gasparri, com’è suo costume, ha iniziato in maniera un po’ provocatoria: “Difendo il provvedimento, lo ritengo giusto. Ci sono stati eccessi sia nelle intercettazioni, che nella pubblicazione di qualsiasi cosa. Ma ora il carnevale è finito”. Ruvida la replica di Guido Columba, presidente dell’Unione cronisti: “Il carnevale è finito, ma Gasparri non si è tolto la maschera di uno che appartiene a una formazione politica per la quale l’autoritarismo è la sua ragion d’essere”. Più prudente, rispetto a Gasparri, Caliendo, che ha difeso il provvedimento con toni meno aggressivi, sostenendo che il divieto di pubblicare atti dell¹indagine non vieta di raccontare i fatti di cronaca.

Due le opzioni emerse dagli interventi delle diverse forze di opposizione. L’una tendente a dare battaglia in Parlamento per modificare il provvedimento nel senso di ampliare le possibilità di intercettazioni e di mantenere il diritto di cronaca giudiziaria; l’altra tendente a lasciare il provvedimento così com’è, affinchè sia più censurabile da parte della Corte costituzionale e più sottoponibile a referendum abrogativo.

Sostenitori della prima opzione i parlamentari del Pd Donatella Ferrante, capogruppo in commissione Giustizia della Camera, e Richi Levi. Per Ferrante “il divieto di pubblicazione, anche per riassunto, di atti giudiziari non coperti da segreto ha la durata di almeno un anno e mezzo. Non solo comprime il diritto di cronaca, ma anche l¹informazione parallela”. Per Levi il provvedimento “mira al cuore della libertà di informare e essere informati. Il carcere per i giornalisti, le norme che azzerano la cronaca giudiziaria, le multe per gli editori non sono emendabili, vanno cancellate”. E’ un’opzione che può servire a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica, ma che non sembra trovare grande spazio nell’iter parlamentare.

A sostegno della seconda opzione Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, e Marco Travaglio. Per Di Pietro, “il disegno di legge Alfano è un attentato allo Stato di diritto. Prima si va alla Corte costituzionale e al referendum, meglio è”. Per Travaglio “peggio viene la legge fuori dal Parlamento e meglio è, l’intervento della Corte costituzionale e della Corte di giustizia europea diventa più facile”.

Indirizzata a entrambi la replica del segretario della Fnsi Franco Siddi: “Forse il Ddl arriverà in porto. Ma prima di ricorrere alla Corte costituzionale il sindacato ha il dovere di dire fermiamoci, evitiamo che il Parlamento adotti una legge illiberale”.

Brillante, come sempre, l’intervento di Beppe Giulietti, di Articolo 21: “Il provvedimento non solo è illiberale e oscurantista, ma anche inefficace. Se il Csm dice che è una pietra tombale sul diritto di cronaca, bisogna ascoltarlo”. Per Vincenzo Vita, senatore Pd, il Ddl va ritirato. Per Antonello Falomi, di Sinistra democratica, la tendenza è a un potere autoritario senza nessun contrappeso. Per Michele Vietti, se il provvedimento non verrà cambiato non ci sarà il voto favorevole dell’Udc.

Dura la critica del segretario dell¹Associazione magistrati Giuseppe Cascini: “E’ una legge distante da ogni realtà. Mi chiedo quale mondo abbia immaginato chi l’ha scritta. Se passasse, i giornali sarebbero bianchi per il 70-80 per cento dello spazio”. Altrettanto critico il presidente dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca. “Forse toglieranno il carcere per i giornalisti, se non altro per una ragione estetica. Ma la libertà di stampa è libera o non è”.
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