Feb 26
Giovedì
La professione
Intercettazioni e diritto di cronaca
il ddl o si cambia o si abroga

di Francesco De Vito

Non è usuale che giornalisti e editori protestino insieme, soprattutto in una fase nella quale la Fieg nega da quattro anni il rinnovo nel contratto. E¹ successo con la manifestazione contro il Ddl sulle intercettazioni promossa a Roma, martedì 24 febbraio, dalla Fnsi insieme a Ordine professionale e Unione cronisti.

Ad aprire la manifestazione e a sottolineare il comune impegno, gli interventi del presidente del Sindacato dei giornalisti Roberto Natale e della Federazione degli editori Carlo Malinconico. “Non accettiamo - ha detto Natale - che venga sequestrato il diritto dei cittadini ad essere informatiâ€. Il presidente della Fnsi ha così proseguito: “Forse, nell’iter parlamentare, il carcere per i giornalisti verrà sostituito con qualche altra cosa. Ma il testo non andrà bene comunque, anche senza il carcere. Il nocciolo pericoloso è il divieto di fare cronaca giudiziaria. Dobbiamo fare tutto il possibile per cambiare il provvedimento ora, e siamo disponibili a un’udienza-filtro in cui si stabilisca quali intercettazioni sono rilevanti e quali no. Di altre eventuali iniziative, come il ricorso alla Corte costituzionale o il referendum, dovremo ragionare dopo la conclusione dell¹iter parlamentareâ€.

Altrettanto fermo l’intervento di Carlo Malinconico, che ha esaminato il provvedimento sotto due aspetti, la libertà di cronaca giudiziaria e la responsabilità degli editori: “Non abbiamo mai pensato di escludere la responsabilità degli editori incrementando quella dei giornalisti, e non abbiamo alcuna intenzione di interferire sulle intercettazioni. Se certi eccessi ci sono stati, possono essere affrontati in altro modo, introducendo la possibilità di filtri. Ma se l’editore è chiamato a rispondere di una responsabilità oggettiva, la norma è anticostituzionale. Se invece lo si vuole spingere a esercitare un controllo, questo significa alterare i rapporti tra azienda editoriale e giornalistiâ€.

Il dibattito si è vivacizzato, fino a divenire incandescente, con gli interventi dei rappresentanti delle diverse forze politico-parlamentari. A rappresentare la maggioranza di governo il presidente del gruppo Pdl del Senato Maurizio Gasparri e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Gasparri, com’è suo costume, ha iniziato in maniera un po’ provocatoria: “Difendo il provvedimento, lo ritengo giusto. Ci sono stati eccessi sia nelle intercettazioni, che nella pubblicazione di qualsiasi cosa. Ma ora il carnevale è finitoâ€. Ruvida la replica di Guido Columba, presidente dell’Unione cronisti: “Il carnevale è finito, ma Gasparri non si è tolto la maschera di uno che appartiene a una formazione politica per la quale l’autoritarismo è la sua ragion d’essere”. Più prudente, rispetto a Gasparri, Caliendo, che ha difeso il provvedimento con toni meno aggressivi, sostenendo che il divieto di pubblicare atti dell¹indagine non vieta di raccontare i fatti di cronaca.

Due le opzioni emerse dagli interventi delle diverse forze di opposizione. L’una tendente a dare battaglia in Parlamento per modificare il provvedimento nel senso di ampliare le possibilità di intercettazioni e di mantenere il diritto di cronaca giudiziaria; l’altra tendente a lasciare il provvedimento così com’è, affinchè sia più censurabile da parte della Corte costituzionale e più sottoponibile a referendum abrogativo.

Sostenitori della prima opzione i parlamentari del Pd Donatella Ferrante, capogruppo in commissione Giustizia della Camera, e Richi Levi. Per Ferrante “il divieto di pubblicazione, anche per riassunto, di atti giudiziari non coperti da segreto ha la durata di almeno un anno e mezzo. Non solo comprime il diritto di cronaca, ma anche l¹informazione parallelaâ€. Per Levi il provvedimento “mira al cuore della libertà di informare e essere informati. Il carcere per i giornalisti, le norme che azzerano la cronaca giudiziaria, le multe per gli editori non sono emendabili, vanno cancellateâ€. E’ un’opzione che può servire a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica, ma che non sembra trovare grande spazio nell’iter parlamentare.

A sostegno della seconda opzione Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, e Marco Travaglio. Per Di Pietro, “il disegno di legge Alfano è un attentato allo Stato di diritto. Prima si va alla Corte costituzionale e al referendum, meglio èâ€. Per Travaglio “peggio viene la legge fuori dal Parlamento e meglio è, l’intervento della Corte costituzionale e della Corte di giustizia europea diventa più facileâ€.

Indirizzata a entrambi la replica del segretario della Fnsi Franco Siddi: “Forse il Ddl arriverà in porto. Ma prima di ricorrere alla Corte costituzionale il sindacato ha il dovere di dire fermiamoci, evitiamo che il Parlamento adotti una legge illiberaleâ€.

Brillante, come sempre, l’intervento di Beppe Giulietti, di Articolo 21: “Il provvedimento non solo è illiberale e oscurantista, ma anche inefficace. Se il Csm dice che è una pietra tombale sul diritto di cronaca, bisogna ascoltarloâ€. Per Vincenzo Vita, senatore Pd, il Ddl va ritirato. Per Antonello Falomi, di Sinistra democratica, la tendenza è a un potere autoritario senza nessun contrappeso. Per Michele Vietti, se il provvedimento non verrà cambiato non ci sarà il voto favorevole dell’Udc.

Dura la critica del segretario dell¹Associazione magistrati Giuseppe Cascini: “E’ una legge distante da ogni realtà. Mi chiedo quale mondo abbia immaginato chi l’ha scritta. Se passasse, i giornali sarebbero bianchi per il 70-80 per cento dello spazioâ€. Altrettanto critico il presidente dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca. “Forse toglieranno il carcere per i giornalisti, se non altro per una ragione estetica. Ma la libertà di stampa è libera o non èâ€.
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