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Come salvare le scuole di giornalismo

di Giovanni Mantovani

Le Scuole di giornalismo rischiano di perdere la loro identità per due ragioni diverse e concorrenti: il centralismo e la politica miope delle istituzioni di categoria impegnate a gestire un sindacalismo che definirei “operaistico”, senza rapporto con la realtà attuale; e la pressione delle Università, che tendono comprensibilmente a fagocitare le Scuole nel loro sistema. Del primo rischio si è parlato nella puntata precedente, ma il secondo non è da meno.

Perché l’Università non è adatta alla formazione di giornalisti? Intanto bisogna distinguere all’interno del problema stesso della formazione. I giornalisti, come tutti, hanno bisogno di un bagaglio culturale generale, per costruire il quale l’Università è indispensabile. Per questo motivo è ormai la norma che un giornalista debba essere laureato. Ma, a questo punto, il giornalista ha bisogno di un addestramento pratico e di un aggiornamento teorico del tutto particolari. Lo stesso giornalista può essere messo di fronte, di punto in bianco, a informazioni che, per essere trattate, richiedono conoscenze assai diversificate. Può doversi occupare del Darfur, della coltivazione di papavero in Afghanistan, della protezione degli elefanti in Kenia, del livello di guardia del Lago Maggiore in caso di inondazione, dei fondi finanziari speculativi, della storia politica di Rutelli, del Dna e dei satelliti di Saturno, del Tfr o del Pil dell’Italia; e via dicendo.

Tutti questi temi possono essere affrontati con l’aiuto di esperti, e lo saranno; ma il primo impatto tocca al giornalista. Sarà lui a dover dare la prima collocazione alla notizia e poi a cercare l’esperto che potrà dare un contributo di approfondimento. Per questo non gli occorre una competenza specifica in tutti i campi di cui si è accennato, ma una competenza che definirei specialistica generica. Cioè deve saper individuare con estrema immediatezza la contestualizzazione della notizia, in modo da poterne fornire una spiegazione semplice  e immediata, e subito dopo procurarsi in breve tempo tutti gli approfondimenti necessari. Deve sapere come e dove trovare subito le informazioni che gli servono. Questa abilità non fa parte dell’armamentario universitario, dove il docente è addestrato a ottenere dagli studenti approfondimenti e ricerche originali; non quindi a raccogliere informazioni, ma a creare e dissodare nuovi campi di ricerca.

Il docente che insegna in una Scuola di giornalismo perciò può essere solo raramente un universitario; solo quando si renda conto della specificità del suo compito. Compito che comporta tecniche di insegnamento e conoscenza del mestiere giornalistico disponibili solo in chi la professione la esercita o la conosce molto da vicino. La scelta delle Università di fondare Scuole di giornalismo non ha quasi mai tenuto conto di questo aspetto del problema, che all’Università è estraneo. Spesso sono stati perciò inzeppati i curriculum e i programmi  di insegnamenti tolti di peso dai curriculum accademici e di insegnanti in cerca di cattedra, mentre per lo più i giornalisti sono stati relegati nella sala macchine come tutor per la “praticaccia”. E’ sintomatico dell’abdicazione della categoria che il Quadro di indirizzi dell’Ordine non preveda l’affidamento della Direzione delle Scuole a giornalisti professionisti.

Dico subito che, dove questo slittamento di competenze verso l’Università non è avvenuto - e parlo, per esempio, della Scuola di Urbino, che ho diretto per sei anni e nella quale lavoro (non “insegno”) da 15 -  i risultati sono stati ottimi e oggi la stessa Università di Urbino appoggia questo tipo di impostazione.

Non perdo tempo a dimostrare l’impossibilità dell’Università come istituzione di gestire i laboratori per la formazione di giornalisti. Basti dire che il Quadro di indirizzi prevede la realizzazione di prodotti giornalistici “veri”, cioè rivolti a un pubblico generico di utenti, non “house organ” come sono per lo più i prodotti delle Scuole universitarie. E in particolare richiede: un’agenzia quotidiana di notizie, una radio che trasmetta in diretta sul territorio, una tv che metta in onda programmi, un giornale almeno quindicinale che sia distribuito in edicola, un sito online che non si limiti a diffondere i prodotti degli altri media ma che abbia una sua programmazione originale.

Per fare questo, ogni Scuola deve mettere a disposizione degli allievi le apparecchiature professionali necessarie e due giornalisti esperti per ogni media. Chi abbia anche soltanto un’infarinatura dei costi di tutto questo, capirà perché l’impresa sia realizzabile soltanto se c’è un sostegno finanziario serio e garantito, o altrimenti a costi che non sono normalmente considerati accettabili nel nostro sistema. In poche parole è un’impresa fallimentare se si debbono far quadrare i bilanci.

La Scuola di Urbino non potrebbe sopravvivere senza una partecipazione ai costi dell’Università, che fornisce il personale amministrativo ma non ricava nessun provento, e senza il sostegno della Regione Marche.

E’ evidente che, in anni in cui si cerca di tagliare dappertutto, questo sistema va corretto, ma come?

Una strada è che l’Ordine nazionale si faccia carico del sistema ottenendo e distribuendo tra le Scuole che lo meritano, finanziamenti che sono certamente reperibili nel settore pubblico e nel settore privato. La Presidenza del Consiglio, che distribuisce soldi a giornali inesistenti, potrebbe più utilmente favorire la formazione di giornalisti; ci sono certamente programmi europei dove è possibile attingere, la Fieg potrebbe essere coinvolta e molti editori, sempre più attenti alla ricerca di giornalisti capaci di gestire le nuove tecnologie, potrebbero essere interessati a fornire mezzi. Naturalmente occorrerà che tutto questo sia fatto senza sacrificare la necessaria indipendenza e autonomia.

Un’altra strada può essere - ad integrazione della prima - la trasformazione delle Scuole in centri di formazione permanente di giornalisti e operatori dell’informazione, ma non solo. La legge 150 che ha introdotto la professione negli Uffici stampa, ha aperto un grande fronte di combattimento proprio nel campo della formazione dei comunicatori pubblici. Chi ha fatto qualche esperienza - e io ne ho fatta più d’una e a molti livelli - può testimoniare quale sia lo stato disastroso della comunicazione pubblica in generale. Basti dire che il più delle volte gli Uffici stampa sono sottoposti gerarchicamente a burocrati  o a politici che pretendono di dire l’ultima parola persino sul modo di scrivere un comunicato.

Resta da dire della formazione permanente dei giornalisti. In ogni professione moderna ormai la formazione permanente è considerata una necessità e un dovere etico. Solo tra i giornalisti scrivere con la penna e non saper usare il computer è ancora spesso considerato motivo di vanto e non parlare né leggere alcuna lingua straniera un particolare trascurabile. Tutto questo deve finire e chi non si adatta e finirà per la strada dovrà solo ringraziare la sua stupidità.

Oltre tutto, il sistema attuale è largamente inefficiente dal punto di vista di quella che potremmo chiamare produttività degli investimenti. Apparecchiature professionali (dalle telecamere ai computer, per non parlare dei software) che dovrebbero lavorare a pieno regime per giustificare la spesa, sono invece utilizzate a singhiozzo e con lunghe pause, cosicché i costi non si ammortizzano nel tempo relativamente breve in cui restano in uso; si tenga conto che la ragione stessa di esistenza di una Scuola rende inevitabile un turn-over piuttosto ravvicinato.

Il Sindacato e l’Ordine hanno il dovere intellettuale etico e professionale di fare un grande sforzo per correggere il provincialismo irresponsabile che sta dietro questi atteggiamenti  e queste incompetenze. Le Scuole possono essere lo strumento vincente per condurre positivamente in porto questo sforzo e da un orientamento nuovo in questa direzione di tutti gli organi della professione potranno anche essere ricavate le risorse per far sì che il sistema scolastico non sia strozzato dalle insufficienze strutturali delle Università o dalla sempre più allarmante carenza di mezzi finanziari.


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4 commenti a “ Come salvare le scuole di giornalismo ”
  1. Rosario Cangemi

    22 Gen, 2009
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    Mi sembra che per irrobustire le scuole occorre coinvolgere gli editori. Ce ne sarà qualcuno intelligente a cui preme la formazione dei giornalisti. E’ un tema importante. Continuate a battere questo tasto

  2. Alberto Dal Corno

    31 Gen, 2009
    Reply

    Mi pare che la preparazione dei giornalisti sia una questione importante. Ho l’impressione che scrivano sui giornali troppo persone che non hanno alcuna preparazione. Viva la libertà di stampoa, ovviamente. Ma noi lettori abbiamo bisogno di sapere che il giornale dice cose vere ed è fatto da persone serie, preparate. Serve alla democrazia del nostro paese.

  3. mirko tedde

    9 Feb, 2010
    Reply

    Ritengo che le scuole di giornalismo debbano trovare un modo per autofinanziarsi. E’ un problema che ormai da tempo tormenta anche i giornali ed è giusto che le scuole lo affrontino ugualmente. Trovo poco congruente il finanziamento pubblico nel caso di istituzioni formative che si presentano, sia per la loro natura fortemente professionalizzante sia per il costo, come “organi” ufficiali del mestiere. Credo che il finanziamento da parte degli editori sia la strada giusta anche se non scevra da problematiche. Vorrei aggiungere poi che fare il mestiere di giornalista, e farlo con onestà,etica e cultura, ha poco a che fare col seguire o meno un corso biennale. Certo aiuta, ma il limite è sempre la persona ed i compromessi che essa è disposta ad accettare per compiacere l’editore (mai puro, almeno per le grandi testate). A questo punto credo che che la domanda non sia come salvare le scuole di giornalismo ma come permettere, con una adeguata organizzazione finanziaria, che esse si salvino da sole.

  4. Secondo me, per “salvare le scuole di giornalismo” si dovrebbe, prima, “salvare” il giornalismo
    A parte il lavoro di gente che ci dà dentro (penso a Rampini, Saviano e ce ne saranno altri di cui non conosco nemmeno il nome), i risultati anche in termini d’interesse generale, numero di copie, pubblicità e così via è, sempre, più “sconsolante”.


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