Dic 21
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Scuole: il centralismo è un errore

di Giovanni Mantovani

Per capire bene la storia di un rapporto difficile bisogna risalire indietro nel tempo. Quando nella categoria prevaleva la romantica e spensierata tesi di Montanelli: “giornalisti si nasce, non si diventa”. Era troppo bello sentirsi investiti di una vocazione, quasi di un mandato dall’alto. Avere il tesserino significava appartenere a una casta unica. Neanche preti, si nasce.

Fu verso la metà degli anni ‘70 che si cominciò a parlare seriamente di Scuole di giornalismo, ma le resistenze erano molto forti. Ebbe il coraggio di rompere il conformismo e il corporativismo generali Carlo De Martino, presidente della Lombarda. Nacque il primo Ifg, e per alcuni anni restò solo. Nacque, va detto, senza nessuna autorizzazione dell’Ordine nazionale, anzi, nella contrarietà generale. Ma dopo qualche anno, l’Ordine cambiò politica. Fu approvato un farraginoso e macchinoso Quadro di indirizzi per le Scuole, con la volenterosa intenzione di garantirne la qualità, ma con la conseguenza di creare molte regole inutili che nessuna autorità di controllo avrebbe potuto far rispettare. Bene o male, la strada era aperta. Vennero altre Scuole; tra le prime, quella di Urbino, quella della Rai e via dicendo. La situazione rimase abbastanza stabile fino ai primi anni 2000. C’erano sei Scuole. Scarsi i controlli. Il quadro di indirizzi era un libro delle buone intenzioni affidato alla libera determinazione di chi in quelle Scuole lavorava.

Poi venne la grande rincorsa delle Università. Alla disperata ricerca di corsi di studi che portassero nuovi iscritti, le Università si lanciarono nel business delle Scuole. Benché del giornalismo e dei giornalisti sia di moda parlar male, pare che una quantità incredibile di giovani desideri fare questo mestiere. Un collega che insegna in un’Università ha confessato: “in realtà vogliono tutti fare il conduttore tv”, ma cerchiamo di non essere troppo pessimisti. C’è anche molto di buono.

Sta di fatto che le Università hanno cominciato a fare Scuole e hanno persino tentato di far riconoscere come Scuole di giornalismo i Corsi di laurea di specializzazione. Spiegherò un’altra volta perché ho usato quel “persino”. Qui anticiperò solo in breve che nessuna Università può permettersi gli investimenti necessari a fare una Scuola che rispetti veramente il Quadro di indirizzi; a meno di non far pagare rette da college di lusso americano. Lo fa la Luiss, per esempio, ma non possono farlo la grande maggioranza delle altre Università, che sono pubbliche. E’ vero che sono stati autorizzati Master universitari in giornalismo, ma si tratta di percorsi formativi che hanno caratteristiche particolari e vedremo che comunque i problemi non sono molto diversi. Ma di questo, alla prossima puntata.

Torniamo all’Ordine. Il proliferare delle scuole era in qualche misura inevitabile. Possedere una Scuola attirava presso l’Università che la gestiva le matricole interessate a seguire tutto l’iter. L’Ordine non poteva negare il riconoscimento a chi dimostrava di poter rispettare le regole del Quadro. Ma per dimostrarlo bastava dichiararlo. Quando la Commissione tecnico-scientifica dell’Ordine andava a fare le ispezioni si sentiva dire più o meno: “qui abbiamo i soldi, ecco i docenti, in questa sala ci sono 30 computer”; ed era fatta. Che si poteva pretendere di più? Ispezione a autorizzazione erano preventivi. Una volta che la Scuola aveva aperto i battenti, per fare marcia indietro era troppo tardi.

Naturalmente era prevista la revoca della convenzione, ma, si sa, l’Ordine è un ente democratico, ogni Scuola aveva i suoi “consigliori” nazionali. Così si mandavano lettere chiedendo di mettersi in regola. Si mandavano ispezioni che però erano note in anticipo e si risolvevano in una visita amichevole, in una relazione qualche volta critica ma comunque innocua. Del resto le varie Commissioni che si sono succedute erano composte da persone che, tranne eccezioni, non avevano mai messo piede in una Scuola. E così anche Scuole senza qualità hanno continuato a fare danno senza che nulla accadesse.

Negli ultimi anni l’Ordine aveva messo mano al Quadro di indirizzi per riformarlo, cercando di creare le condizioni per una selezione seria, ma lo aveva fatto forse con eccessive titubanze. Anche perché mettere mano alle regole minacciava di peggiorare la situazione, soprattutto in un momento di lunga vacanza contrattuale. Infatti, ogni volta che si annuncia una fase critica per la categoria, si risolleva l’onda delle polemiche contro le Scuole. Polemiche di cui spesso si fa carico al Sindacato, dimenticando che il personale “politico” al vertice della professione è sempre lo stesso e in genere i giochi sono solo trasversali e di potere (fatte le debite eccezioni).

Il cambio della guardia al vertice dell’Ordine avvenuto sullo scorcio della primavera 2007, ha visto una brusca accelerazione del processo. Per impulso del nuovo Segretario, Enzo Iacopino, il Quadro è stato rapidamente rivisto e drasticamente modificato in alcune parti vitali. L’intenzione era apprezzabile: mettere ordine, selezionare, alzare la qualità delle Scuole, chiudere quelle inefficienti, introdurre rigorose regole etiche. Senonché, come ogni riforma radicale, anche questa ha ecceduto nel metodo e talvolta anche nel rispetto di un certo necessario rigore normativo.

Fare un’analisi del nuovo Quadro di indirizzi richiederebbe uno spazio eccessivo e un abuso immotivato della pazienza di chi legge. Mi limiterò perciò a quei punti che ritengo decisivi. Premettendo, per chiarezza di chi legge, che, soprattutto per la mia contrarietà ad accettare queste norme, ho lasciato la Direzione della Scuola di Urbino.

Un punto chiave, a mio parere, è che la legge del ‘63 non attribuisce all’Ordine il potere di autorizzazione; questa parola nelle normativa non esiste. Per la legge l’Ordine nazionale è organo giurisdizionale di secondo grado nei giudizi a carico delle delibere degli Ordini regionali e svolge una funzione di stimolo e coordinamento per tutto quanto riguarda le condizioni in cui è esercitata la professione; oltre naturalmente gestire l’accesso attraverso gli esami. Ma per l’attuazione delle legge in generale, tutti i poteri sono attribuiti agli Ordini regionali. Stando a questa normativa le Scuole dovrebbero essere istituite dagli Ordini regionali, mentre l’Ordine nazionale potrebbe sì emanare norme come il Quadro di indirizzi e fare controlli e ispezioni, ma senza il potere di dare o togliere autorizzazioni. Dovrebbe se mai segnalare all’Ordine regionale le inadempienze per i provvedimenti del caso. Resta aperta la questione di chi avrebbe il potere di decidere in caso di inadempienza da parte dello stesso Ordine regionale. La via maestra sembra essere quella di un’Autorità indipendente, che esiste già ed è l’Authority statale competente nel campo delle comunicazioni.

Ma non può essere un organo nazionale senza potere autoritativo a crearselo da sé, sia pure con le migliori intenzioni. Ovviamente questa obiezione inficia anche il vecchio Quadro, ma il problema non si è mai posto prima in termini concreti perché la normativa precedente si proponeva più in termini di raccomandazione che di prescrizione.

Entrando nel merito del nuovo Quadro emergono, a parer mio, i seguenti punti critici.

Il più grave è quello che vieta (dicesi “vieta”) gli stage degli allievi delle Scuole nei mesi di luglio e agosto. La norma ha ovviamente un contenuto parasindacale, sul quale sarebbe caritatevole sorvolare; non si vede perché l’Ordine debba farsi braccio armato del Sindacato contro gli allievi delle “sue” Scuole. Inoltre, in sede di discussione nel Coordinamento, dove sono rappresentate le Direzioni di tutte le scuole, l’Ordine aveva accettato una proposta che suggeriva di autorizzare gli stage solo dopo che nelle testate fosse stato redatto il piano ferie. Su questa base (e sulla dichiarata disponibilità a rivedere e riformare alcuni dei punti più controversi) fu acquisito dall’Ordine un mezzo consenso. Ma, senza neanche sentire preventivamente gli interessati l’impegno fu dimenticato e il divieto ripristinato (anche se ridotto a due mesi rispetto al testo iniziale che ne prevedeva 4).

Ultima, non irrilevante obiezione: l’Ordine si attribuisce il potere di vietare agli allievi delle sue Scuole gli stage nei mesi in cui è possibile farsi notare e valutare, ma non può vietare nulla agli allievi delle altre Scuole, né agli studenti delle Università che hanno nel loro curriculum un periodo di stage nelle aziende. E’ vero che la stessa normativa vieta alle Università titolari di convenzione (che cioè gestiscono una Scuola dell’Ordine) di mandare i loro studenti a fare stage (e non si vede come possano rispettare la legge e accettare questa limitazione della loro autonomia); ma che dire delle “altre” Università? Non è curioso immaginare le redazioni dei giornali nei mesi di luglio e agosto pieni di ragazzi di buona volontà che non hanno niente a che fare con le Scuole e le istituzioni professionali?

Il secondo punto è quello dell’autonomia dell’insegnamento. Il Quadro prevede che la nomina dei docenti giornalisti nelle Scuola sia subordinata al parere “vincolante” dell’Ordine nazionale. Non è prevista nessuna istruttoria né si è pensato a un confronto preventivo: o sì o no. Non credo che occorrano commenti. Quale direttore può accettare di sottoporre a un parere vincolante che non ha bisogno neanche di essere motivato le sue scelte professionali?

Il terzo punto riguarda le incompatibilità. Il Quadro prevede che non possano insegnare nelle Scuole né i membri della Giunta e del Comitato tecnico scientifico (e fin qui ci siamo, anche se non si capisce perché il divieto debba protrarsi per tre anni dopo la cessazione dell’incarico) né i consiglieri nazionali e regionali, e quindi anche i Presidenti degli Ordini regionali. Non si capisce la ratio di questa generale mannaia. Sarebbe stato ragionevole stabilire che non può insegnare chi, per statuto, ha poteri decisionali nel conferimento degli incarichi. Ma perché tutti? In modo del tutto contraddittorio poi il Quadro stabilisce che le commissioni esaminatrici per l’ammissione alle Scuole siano nominate, per la parte giornalistica, dagli Ordini regionali. E qui gli stessi consiglieri che non possono insegnare diventano determinanti per decidere chi può selezionare.

I pochi punti sottolineati sono sufficienti, credo, a spiegare la contrarietà non solo di chi scrive, ma anche di chi l’aveva condivisa all’inizio e ha preferito poi tacere. Ma non basta. L’applicazione di questa normativa ha dato talvolta l’impressione di una certa miopia, sicuramente inconsapevole, ma non per questo meno degna di nota. Tra le norme infatti ce n’è anche una che vieta, per dirla in parole povere, le Scuole aziendali. Ebbene, la prima Scuola a ottenere il riconoscimento, tra squilli di tromba e lodi forse non del tutto imparziali, è stata proprio la Scuola del cosiddetto servizio pubblico. Difficile immaginare una Scuola più aziendale, se nella stessa relazione della Commissione esecutiva, posta a base del riconoscimento, si affermava: 1) che la dirigenza della Scuola non grava sul bilancio, perché Presidente e Direttore sono pagati, in quanto dipendenti, dalla Rai; 2) che la Scuola si vanta di aver collocato in Azienda l’80% degli allievi (laddove l’Azienda è impegnata a trattare in modo equivalente gli allievi di tutte le Scuole). Senza contare che il sindacato interno dei giornalisti Rai non si fa scrupolo di considerare la Scuola come il veicolo privilegiato per entrare in Azienda (lo dice il verbale di una recente commissione paritetica Rai-Usigrai).

E, tanto per chiudere in bellezza, qualcuno si stupirà se a scrivere e firmare questa relazione (pubblicata a suo tempo sul sito dell’Ordine con grande rilievo) sia stata una persona che lavora proprio in Rai con il rango di caporedattore?

Queste osservazioni non mirano a mettere in discussione la buona fede di nessuno, ma solo a mettere in evidenza il rischio che il sistema delle Scuole, sottoposto a eccessive pressioni centralistiche e ferito nella sua autonomia, perda la sua capacità innovativa e quindi la componente essenziale della sua efficacia formativa.


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1 commento a “ Scuole: il centralismo è un errore ”
  1. Gianni Fini

    29 Dic, 2008
    Reply

    L’Ordine deve controllare i requisiti di ciascuna scuola, ma poi le deve lasciare il più possibile libere. Sono enti di livello universitario, che devono giovarsi proprio della creatività e della cultura di docenti di valore, che devono scegliere in autonomia. Conosco le scuole francesi e quelle inglesi, che mai accetterebbero una sorveglianza da parte un’organizzazione superiore, magri di Stato. L’Italia ha bisogno di giornalisti sempre più preparati. Gli editori invece tendono ad avvalersi di “manodopera” scarsamente preparata, persone che spesso non conoscono bene neppure l’italiano, figuriamoci le regole della correttezza e dell’obbiettività. Quello aperto da Giovanni Mantovani lo trovo un dibattito interessante.


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