Dic 13
Sabato
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Cane da guardia o cane da salotto?

di Francesco De Vito

Un momento dell'incontro

“Cane da guardia o da salotto?” Ovvero il ruolo del giornalista è di controllo critico di ogni forma di potere, che alimenta il formarsi di un’opinione pubblica? Un cane da guardia, appunto, come teorizzato dalla stampa di tradizione anglosassone. Oppure un cane da salotto, che si fa accarezzare e ronfa, come avviene in tanta parte dell’informazione nostrana?

Attorno a questi interrogativi ha ruotato la prima iniziativa pubblica dell¹associazione <Giornalismo e democrazia>², tenuta nella sala Tevere della Regione Lazio affollata da colleghi e da giovani che si avviano alla professione, come gli allievi del Master biennale della Luiss.

Nell’enunciare il te ma Vittorio Roidi, che presiedeva il dibattito, ha spiegato le finalità della nuova associazione. “Noi crediamo che il giornalismo debba chiarire la propria funzione. E’ vero che esistono diverse forme di informazione, ma il cittadino deve essere certo che il giornalismo sia un’attività con finalità pubblica. Qual è l’etica? Quali i valori? I giornalisti, rispetto ad altri operatori del mondo dell’informazione, devono dare garanzie. Quello che conta è l’interesse del cittadino. Per questo, il titolo dato al nostro dibattito, è provocatorio: cani da guardia, che controllano i potenti, o cani da salotto?

Non tutti si sono mostrati persuasi dalla secca alternativa. “Sono un animalista - ha affermato Mauro P

aissan, dell¹Ufficio del Garante per la protezione dei dati personali - e mi piaccionoe sia il cane da guardia che il cane da salotto. Il cane da guardia non va indicato come modello. Non è il modo d’essere del giornalista. Può riguardare pochi e solo alcuni giornalisti. Compito del giornalista è quello di raccontare la realtà.

“Sono rimasto colpito - ha aggiunto Paissan - dalla carenza di informazioni sui riflessi sociali della crisi finanziaria e ho qualche dubbio sulla critica generalizzata alla contaminazione tra informazione e intrattenimento. Anche quello di Fabio Fazio è un modo di fare informazione”. Paissan è stato invece molto critico sull’informazione dei telegiornali: “Non c’è mai una domanda, un contraddittorio. E’ la negazione del giornalismo, un grande incentivo all’antipolitica, corrompe il costume del Paese”.

Anche per il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, l’espressione <cane da guardia> è forse un po’ forte”.  Per lui, “il giornalismo italiano è carente di or

goglio. Se uno vuole fare il giornalista preferisce fare l’opinionista invece che il cronista”. E Marrazzo ha raccontato come fosse rimasto stupito e amareggiato leggendo sui giornali romani – durante la recente vicenda della chiusura dell’ospedale S. Giacomo – una serie di leggende metropolitane: come quella che io volessi trasformarlo in un albergo, o che qualcuno avesse intenzione di murarlo per impedire l’operazione. Notizie assurde, inventate. Bastava controllare. Per essere al servizio del cittadino bisogna essere seri, controllare le fonti. I miei giornalisti, quando facevo “Mi manda Rai tre” non hanno mai ricevuto un rinvio a giudizio. Ha concluso Marrazzo: “Solo se ami questo mestiere, lo difendi”.

Guido Columba, presidente dell¹Unione cronisti, ha trovato invece “simpatico e accattivante” il titolo del convegno. Ha aggiunto: “Fare inchieste costa fatica, e bisogna saperle fare. E’ anche pericoloso sul piano giudiziario, si rischiano querele civili. Ed è pericoloso sul piano fisico. Si rischiano intimidazioni, violenze, minacce”. Da parte del presidente dell’Unione cronisti non poteva mancare, naturalmente, l’appello a combattere il disegno di legge del ministro della Giustizia Angelino Alfano sulle intercettazioni telefoniche.

Il primo intervento dopo l’introduzione di Roidi è stato comunque di Raffaele Fiengo, che è partito da una tesi di laurea sulla formazione dell’inchiesta e in particolare dal capitolo sulla storica campagna de “L¹Espresso” su <Capitale corrotta=nazione infetta> e sull’assenza di un’opinione pubblica (tema quest’ultimo ripreso di recente dal regista Nanni Moretti, poi da Scalfari, da Diamanti) per passare poi a un’ampia disanima delle tendenze sviluppatesi nel dopoguerra.

“Ogni Paese - ha detto Fiengo - ha cercato una via alla libertà di stampa. In Francia, Le Monde¹ ha creato la società dei redattori. In Germania sono nate le leggi antitrust. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il giornalismo critico cresciuto durante la guerra del Vietnam ha registrato una caduta dopo l¹11 settembre, ma poi piano piano ha ripreso il proprio ruolo. In Italia, invece, la struttura proprietaria dei giornali è poco adatta ad un giornalismo critico. Il contratto nazionale di lavoro giornalistico carica sulla figura del direttore la difesa dell’autonomia della testata. Qualcosa si è fatta, ma la situazione è andata progressivamente impallidendo. Di fatto il giornalismo è caduto in un’informazione schierata, la funzione del sindacato si è affievolita”.

Su quest’ultimo punto si è soffermato Roberto Natale, presidente della Fnsi. “Il giornalismo è sotto attacco – ha esordito - ma il sindacato è tutt’altro che rassegnato. Siamo il paese dei conflitti di interesse - ha proseguito- e non c’è solo quello di Berlusconi. C’è la via edilizia, la via bancaria, la via sanitaria al giornalismo. S’impone la necessità di uno Statuto dell’impresa editoriale: la porteremo negli Stati generali dell’editoria. Ci andremo per ragionare sul tema dell’indipendenza del giornalismo. E’ un tema moderno, da democrazia liberale”. Natale ha anche risposto alla polemica di Silvio Berlusoni sull’informazione ansiogena: “Il ruolo dei giornalisti non è dispensare pillole di ottimismo”.

L’intervento del professor Mario Morcellini, preside di Scienza dell’informazione alla Sapienza, e è partito da questa costatazione: “Il giornalismo italiano sceglie sempre di stare dalla parte dei forti, la sua crisi è legata ad una percezione di collateralismo”. Secondo Morcellini, “il dibattito sull’informazione è convincente sull’indebolimento sociale del ruolo del giornalismo, ma lo è di meno su come debba cambiare. I modelli che vengono avanzati sembrano desiderare che si faccia a meno della mediazione, non solo di quella giornalistica”.

Andrea Vianello, che è succeduto a Marrazzo nella conduzione di <Mi manda Rai3>, si è soffermato in particolare sulla sua esperienza: “Quando si fa televisione si fa anche intrattenimento. Il nostro è un giornalismo atipico, vicino ai cittadini. Svolgiamo un ruolo di supplenza. E’ una cosa sana? Sui giornali trovo poche inchieste su bollette sbagliate”. Vianello ha anche raccontato questo episodio: l’amministratore delegato di un’importante azienda mi ha raccontato di un giornalista americano venuto in Italia per un’inchiesta al quale venne fatto un modesto regalino. Ringraziò, ma tornato negli Stati Uniti inviò una lettera per dire che aveva controllato il prezzo e aveva devoluto il corrispettivo in beneficenza.

“Accettare regali per loro è impensabile. Ma per i giornalisti italiani qual è il limite, quale il confine?”.

Mimmo Candito, inviato della Stampa e rappresentante di Reportér sans frontières, si è rivolto soprattutto agli allievi della Luiss e ha ricordato due episodi. Il primo risale a più di un secolo e mezzo fa: durante la guerra di Crimea il primo ministro inglese chiese al direttore del Times di mandare in quel Paese un inviato,

con l’intento di fargli raccontare l’immagine retorica della guerra. L’inviato, William Russel fece quello che un cronista deve fare, raccontò i morti, le pance aperte, le corruzioni, i privilegi. Il secondo episodio riguarda la prima guerra del Golfo. “Il presidente Bush disse ai direttori dei giornali: questa volta non dovremo combattere con un braccio legato alla schiena. Si riferiva al ruolo dei giornalisti svolto durante la guerra nel Vietnam. Un fotoreporter trasmise centomila scatti, ma non c’era nessuna foto che mostrasse un morto”. E a proposito dell’uso disinvolto dei nuovi media, Candito ha ricordato una frase di Pierluigi Celli, già direttore generale della Rai e ora rettore della Luiss. “E’ arrivata Internet. Possiamo fare a meno dei giornalisti”.

Proprio su questo argomento Mario Tedeschi Lalli, esperto dei nuovi media del gruppo Espresso, ha affermato: “Non sono un tifoso dei nuovi media. Mi è capitato e ci lavoro. Il problema è vedere come salvare il giornalismo in un ridisegno globale dei mezzi di informazione, di cui tutti dobbiamo tenere conto”.

Gli ultimi due interventi sono stati di Fabio Morabito, presidente dell’Associazione stampa romana, che si è soffermato sulla vertenza contrattuale dei giornalisti, e di Pino Rea, creatore di Lsdi, che ha sollecitato la creazione di una rete tra le associazioni che si occupano dei problemi della professione: “ Cui vuole un grande centro studi sulla comunicazione”.


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