Mercoledì
In evidenza, La professioneScuole di giornalismo: le vogliamo o no? (prima puntata)
di Giovanni Mantovani
E’ una vita difficile quella delle scuole di giornalismo. L’ostilità sorda che si avverte nella nostra categoria è solo uno dei problemi, ma negli ultimi tempi è diventata un pericolo per la loro stessa sopravvivenza o per lo meno perché si possa pensare a conservare e accrescere il patrimonio di credibilità che esse si sono guadagnate presso i giovani.
La domanda di formazione giornalistica aumenta; le scuole sono diventate una ventina (le istruttorie per il rinnovo delle convenzioni sono ancora in corso) anche se purtroppo parte delle nuove iniziative sembrano rispondere più all’esigenza delle Università di attrarre iscritti che non alla reale volontà di migliorare le opportunità di accesso alla professione.
Il fatto è che una Scuola di giornalismo ha un senso se risponde a esigenze di formazione professionale che poco hanno a che fare con la “mission†dell’Università . Si richiede infatti lavoro pratico, addestramento strumentale e un tipo di perfezionamento culturale del tutto diverso da quello che l’Università è attrezzata a fornire. Ma di questo parleremo un’altra volta.
Qui mi preme oggi soltanto sottolineare i problemi più immediati e urgenti.
Il primo è certamente quello del finanziamento. Un buon corso biennale di giornalismo, condotto seguendo le rigorose indicazioni fornite dall’Ordine nazionale, costa moltissimo. Si tratta di 2000 ore complessive di lavoro, tra pratica di laboratorio e lezioni frontali (rispettivamente 60 e 40% del tempo) e chiunque abbia un’idea di quanto costano, sia pure al minimo, docenti qualificati, capisce che cosa questo significa in termini di bilancio. Senza contare che, oltre ai docenti, una scuola che si rispetti deve avere attrezzature all’avanguardia nei diversi settori; cioè computer moderni con i relativi programmi professionali, foto e telecamere, linee di montaggio, attrezzature per la radio e via dicendo. Infatti le regole dicono che la Scuola deve realizzare e distribuire un’agenzia di informazioni, un giornale, giornali radio, prodotti televisivi e un sito online. Né questi prodotti si possono fare sottogamba, perché debbono essere proposti a un pubblico vero, esterno alle istituzioni formative.
Le rette, per quanto si voglia tenerle alte (ma con la conseguenza di una selettività sociale indesiderata) non arrivano in genere alla metà dei costi. Spesso provvedono istituzioni pubbliche o private locali, ma poco volentieri perché una Scuola di giornalismo che si rispetti non dovrebbe essere “grata†a nessuno.
Un altro problema grave è la politica che la categoria nel suo complesso ha scelto di praticare nei confronti delle Scuole. Non è un mistero che per molti giornalisti le scuole sono “fabbriche di disoccupatiâ€; cioè mettono sul mercato ragazzi destinati a restare senza lavoro. Accusa ipocrita, perché invece accade il contrario. Chi esce dalle Scuole, almeno dalle migliori, trova quasi subito da mantenersi praticando la professione.
Coloro che sono meno ipocriti ammettono che le Scuole dà nno fastidio perché fanno concorrenza al sindacato; cioè le aziende preferiscono far lavorare un giovane ben preparato che esce da una scuola piuttosto che un disoccupato o sottoocccupato magari bravo ma con una formazione professionale un po’ datata. Problema reale, preoccupazione comprensibile. La soluzione però non può essere quella di mettere i bastoni tra le ruote alle Scuole. L’unica soluzione seria è adottare un programma di “formazione permanente†come già si fa in molte professioni che hanno a che fare con le tecnologie avanzate. E in questo le Scuole, che in genere non riescono a sfruttare appieno le loro attrezzature, potrebbero essere di grande aiuto. Ma per la verità si conoscono ben pochi giornalisti che ammettano di aver bisogno di aggiornare la loro formazione. E’ più facile incontrarne che si vantano di non “capirci niente†quando si tratta di tecnologia e informatica. Tanti auguri.
Il risultato di questa scarsa comprensione dei problemi è una politica miope, che purtroppo da ultimo ha raggiunto anche la dirigenza dell’Ordine nazionale.
Ma di questo parleremo nella seconda puntata.
(Voi che ne pensate?)
Tags:
Articoli correlati
Related Post
Più letti
- Giornali non solo in edicola:
aumenteranno le copie vendute? (7) - Esami di stato: troppi bocciati
ma realmente a qualcuno interessa? (6) - Come salvare le scuole di giornalismo (4)
- Quando le elezioni non fanno notizia
e anche la Rai parla d’altro (4) - Riforma dell'Ordine in Parlamento: chi approva? (3)
Più recenti
- Aveva detto: “Fra qualche settimana”
Poi sulla Rai Monti si è incartato - Conferme e qualche bocciatura
nelle elezioni per il rinnovo dell’Inpgi - Scontro fra Catricalà e Iacopino
ma chi davvero informa? - Adesso nell’Ordine di Iacopino e Ghirra
comincia una difficile collaborazione - Il ruolo dell’Autorità per le comunicazioni
messo in crisi dalle rivelazioni di Trani - Par condicio: almeno 5 milioni di euro
il danno economico subito dalla Rai







20 Dic, 2008
Reply
Credo che le scuole siano unodei pochi strumenti per rendere più credibile e autorevole il mestoiere del giornalista. Forse è per questo che molti non le vogliono. pdchi
20 Dic, 2008
Reply
I problemi mi sembrano due: da una parte il collegamento con le aziende, cioèla difficoltà (dopo due anni di scuola) di trovare un posto di lavoro; dall’altro la qualità dell’insegnamento. Chi sono i giornalisti abilitatia fare da maestri? Chi li indica e in base a quali criteri? La discussione mi sembra utile.